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Per i cambiamenti climatici occorre ripensare in Italia l’industria dello sci e il turismo in montagna

L’innalzamento delle temperature medie  mette in discussione l’industria dello sci. Secondo alcuni  entro il 2050 un quarto delle stazioni sciistiche dell’arco alpino potrebbero diventare inservibili.

Scrive Altra Economia sul tema:

Snow reliability”. Il futuro di chi lavora nel turismo invernale sulle Alpi e sugli Appennini dipende da queste due parole: l’affidabilità della presenza di un manto nevoso adeguato è, infatti, uno dei criteri in base ai quali vengono stilate le classifiche delle località (sky resort) su scala globale, e anche se il 44 per cento degli sciatori di tutto il mondo oggi disegna traiettorie sulle Alpi, questo scenario è destinato a cambiare. Entro il 2050, nell’arco di una generazione, il cambiamento climatico e l’innalzamento delle temperature medie globali potrebbero rendere “inservibili” un quarto delle stazioni sciistiche sull’arco alpino del nostro Paese (22 su 81), secondo un parametro stilato dall’OCSE che definisce “affidabili” (reliable) quelle località in grado di garantire neve fresca per stagioni lunghe almeno 100 giorni.

“Quando c’è un inverno con poca neve, come nella stagione 2016-2017, allora questi dati diventano oggetto di ‘riflessioni’, ma se solo il prossimo anno nevicherà tanto, e già a partire da fine novembre, torneremo ai ‘vecchi schemi’. Eppure chi investe nello sci da discesa dovrebbe considerare che già oggi sulle Alpi sotto i 1.000 metri di quota, in media, scende più pioggia che neve, e che entro il 2050 solo le aree sciistiche localizzate oltre i 1.800 metri sul livello del mare potranno lavorare in modo adeguato” sottolinea Andreas Pichler, alto-atesino, direttore della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (CIPRA International, www.cipra.org), una Ong che dagli anni Cinquanta opera nei 7 Stati alpini e ha sede in Liechtenstein. Almeno in Italia, però, i “vecchi schemi” sembrano prevalere, anche in una stagione -come quella in corso- in cui l’incidenza del costo dell’innevamento artificiale pesa per il 25-30% in più della media sui bilanci delle società che gestiscono gli impianti di risalita, secondo stime di Federfuni, che è l’Associazione italiana delle aziende ed enti proprietari e/o esercenti il trasporto a fune in concessione sul territorio nazionale, 150 società ubicate in buona parte delle Regioni italiane (www.federfuni.it). È una delle due realtà a rappresentare gli interessi della categoria, l’altra è l’Anef, Associazione nazionale esercenti funiviari (anef.ski), che offre invece una stima sul “valore” del settore, circa 900 milioni di euro.

Qui si ragiona così: siccome la stagione dipende dall’innevamento programmato, cioè dalla possibilità di creare striscie bianche in mezzo al verde degli alberi e dei prati, allora dev’essere lo Stato (o le Regioni) a sovvenzionare questa attività, coprendo almeno in parte i costi necessari al funzionamento degli impianti che producono neve artificiale, che riguardano l’elettricità e -se necessario- l’approvvigionamento idrico. A inizio gennaio 2017 il direttivo di Federfuni ha avanzato da Bormio (SO) questa richiesta, ribadita qualche settimana dopo anche a Roma, nel corso di una audizione informale presso la decima Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) della Camera, che sta discutendo disegni di legge relativi a sicurezza e sport invernali


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