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Coronavirus, Roberto Burioni al Ce.Me.Di. di Torino: “In Italia non c’è nessun motivo di paura perché il virus non c’è”

Nella serata dell’11 febbraio, il Centro Medico Diagnostico di Torino ha organizzato l’incontro “Omeopatia e fake news in medicina” dove, visti gli ultimi avvenimenti, si è discusso anche di coronavirus insieme al Professor Roberto Burioni, immunologo, virologo e professore dell’Università San Raffaele e al giornalista scientifico Daniele Banfi membro della Fondazione Umberto Veronesi.

L’incontro era nato su volontà del Ce.Me.Di. di Torino che da tempo lotta contro l’omeopatia ed in generale contro le pericolose fake news che circolano nel campo medico. Con l’emergenza coronavirus, l’incontro è stato anche l’occasione per parlare di questo tema con chiarezza, senza procurare allarmismi ma informando correttamente i cittadini sul nuovo virus.

In qualità di virologo e personaggio pubblico legato all’attuale dibattito sui vaccini, Roberto Burioni ha esposto il suo punto di vista sul coronavirus, specificando come ad oggi è difficile dire se riusciremo ad avere un vaccino in tempo per contrastare l’agente patogeno. “Immaginare di avere un vaccino prima di due anni sia un ottimismo ingiustificato” ha dichiarato Burioni, proprio per questo dal suo punto di vista “Se si dovranno prendere decisioni difficili, non stiamo parlando di razzismo. Questo virus infetta tutti gli esseri umani; se c’è un segno della stupidità del razzismo è il virus che infetta tutti. Noi dobbiamo difenderci e in questo momento possiamo difenderci solo con l’isolamento, tenendo isolate le persone che vengono dalle zone dove circola la malattia e aspettando che passi il tempo dell’incubazione”.

Proprio sul tempo di incubazione si è discusso. Burioni ha specificato che le voci circolanti sul periodo di incubazione del virus sono molte e non del tutto verificate: “Qualcuno siccome vuole finire sui giornali la vuole sparare grossa, i dati (che indicano un periodo di incubazione di 24 giorni n.d.r.) sono pubblicati su dei siti che permettono di pubblicare gli studi prima che vengano giudicati da esperti anonimi”. Per questo motivo il virologo consiglia di non prenderli in considerazione perché “non sono stati descritti casi in cui l’incubazione è stata più lunga di 10 giorni”.

Quello che è certo è l’alta contagiosità del virus. “I dati che arrivano dalla Cina – spiega Burioni -, non per cattiva volontà ma anche per impossibilità concreta, non ci permettono di capire il numero più importante quando parliamo di un virus che viene chiamato R con 0, in realtà sembra un concetto complicato, tasso basico di riproduzione, invece è una cosa semplicissima. Significa quante persone infetta un soggetto malato. Se questo numero è 1 il numero dei pazienti rimane uguale, se questo numero è inferiore a 1 piano piano l’epidemia si spegne. Il problema è quando questo numero è superiore a 1; nel caso del coronavirus il numero è superiore a 2. Non siamo in presenza di una malattia contagiosa come il morbillo che è superiore a 15 ma siamo in presenza di una malattia molto contagiosa”.

Tuttavia le informazioni fornite devono farci stare tranquilli perché come sostiene lo stesso Burioni scherzando: “Vado a mangiare dai cinesi senza timore perché in Italia in questo momento se io, che sono un virologo esperto, decidessi di suicidarmi con il coronavirus non potrei farlo. In Italia non c’è nessun motivo di paura perché il virus non c’è, gli unici tre casi si sono infettati in Cina”.

Ovviamente le fake news e le “breaking news” non mancano e come sostiene Daniele Banfi, giornalista scientifico e membro della fondazione Umberto Veronesi, “noi continuiamo a leggere 2 casi a Roma, 2 casi sospetti a Napoli non ancora confermati. In questo mare di informazioni è difficile orientarsi; è difficile se uno è competente, figuriamoci per chi non ha nessuna competenza nel settore, capire e contestualizzare la notizia”.

“Occorre ripensare il modello con cui noi giornalisti diamo le notizie – continua Banfi – perché non regge più questo sistema breaking news dove l’attenzione è sicuramente bassa. Non possiamo fare terrorismo raccontando la prima cosa che ci viene detta magari da un informatore poco attendibile; dobbiamo avere tutti l’umiltà di riconoscere quando una notizia è da pubblicare e quando no perché bisogna prima verificarla”.

 

 


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