Sostenibilità
I 16 progetti finanziati del Comune di Torino nell’ambito dell’Avviso pubblico Cultura e imprenditorialità incardinate nell’economia circolare e nel tessuto urbano
L’Avviso consentirà di assegnare contributi per 1.733.965,28 euro a sostegno di 16 progetti, finanziati fino all’80% delle spese ammissibili, con contributi compresi tra 70.000 e 120.000 euro per ciascuna iniziativa. L’investimento pubblico attiverà inoltre un cofinanziamento privato di circa 433.491,32 euro, mobilitando risorse complessive per oltre 2,16 milioni di euro e generando un significativo effetto leva sul territorio.
La partecipazione ha coinvolto sia il mondo imprenditoriale sia quello non profit: 19 candidature sono state presentate da imprese e 28 da enti del Terzo Settore. 34 progetti sono stati candidati in partenariato, di cui 14 attraverso alleanze tra soggetti profit e non profit, a testimonianza di come la transizione circolare richieda competenze integrate e reti territoriali sempre più solide.
Capofila: Arci Torino APS. Parter: Orti Alti ETS; Agenzia per lo Sviluppo Locali di San Salvario; ASD Anemos Itinerari del Vento Aps
9. Legno Urbano Circolare
Capofila: Cooperativa Agriforest S.C. Partner: M.G.R. SRL; Cooperativa Sociale ECOSOL.
11. RILAVA-TO
12. CineRiuso
13. Fare la Differenza – Presìdi di prossimità per l’economia circolare
Infrastrutture civiche dedicate alla prevenzione dei rifiuti.
14. RigeneraTO – Recuperare per la comunità
Rigenerazione di arredi destinati alla comunità.
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Ambiente
La storia del disastro della diossina alla Icmesa di seveso
Il 10 luglio 1976 è una data spartiacque nella storia ambientale del Novecento. Quel giorno, alle ore 12:28, un boato rompe la quiete della frazione di San Giuseppe a Meda, al confine con il comune di Seveso, nella laboriosa e densamente popolata Brianza. Dall’azienda chimica Icmesa (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), controllata dalla multinazionale svizzera Givaudan (a sua volta di proprietà del colosso farmaceutico Roche), si sprigiona una nube bianca, opaca e dall’odore dolciastro.
Quella nube viaggia spinta dal vento verso sud, adagiandosi sui campi, sulle case e sulle persone. Contiene un veleno letale e invisibile: la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente nota da allora come diossina. Sarà il primo disastro industriale italiano a risonanza mondiale, una tragedia che cambierà per sempre la percezione del rischio ecologico e la legislazione europea sulla sicurezza chimica.
1. L’incidente: la reazione fuori controllo
L’Icmesa produceva fegato di zolfo e vari composti chimici, tra cui il 2,4,5-triclorofenolo, un intermedio necessario per la fabbricazione di disinfettanti e del famigerato diserbante “Agente Arancio” (utilizzato dagli americani nella guerra del Vietnam).
Il disastro si consuma nel weekend di chiusura della fabbrica. Durante le fasi di spegnimento dell’impianto, a causa di una serie di negligenze tecniche e della mancanza di un sistema di raffreddamento automatico del reattore A101, la temperatura interna sale ben oltre i limiti di sicurezza (raggiungendo i 230°C). La pressione interna fa saltare la valvola di sicurezza: circa 3.000 kg di sostanze chimiche vengono scaricati nell’atmosfera. Tra questi, si stima vi fossero tra i 15 e i 18 kg di pura diossina, una quantità enorme se si considera che la TCDD è tossica a livelli di parti per miliardo.
2. L’omertà e il ritardo dei soccorsi
La gravità del disastro di Seveso viene amplificata dal silenzio criminale dei vertici dell’azienda. Nei primi giorni successivi al 10 luglio, la direzione dell’Icmesa minimizza l’evento, parlando genericamente di una “nube di diserbante” e rassicurando le autorità locali sul fatto che non vi fossero pericoli per la salute umana.
Mentre i vertici tacciono per non compromettere il titolo in borsa e l’immagine della casa madre, la natura inizia a presentare il conto:
- Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono.
- Migliaia di piccoli animali domestici e d’allevamento (conigli, galline, gatti) muoiono improvvisamente nei cortili.
- Sulla pelle dei bambini che hanno giocato all’aperto iniziano a comparire piaghe dolorose, pustole e rigonfiamenti: è la cloracne, la manifestazione cutanea dell’avvelenamento da diossina.
Solo il 14 luglio (quattro giorni dopo) l’azienda ammette la presenza di diossina, e la conferma ufficiale alle autorità italiane arriverà addirittura il 19 luglio, nove giorni dopo l’esplosione.
3. La mappa del veleno e le evacuazioni
Il territorio viene mappato e diviso in tre zone a seconda del grado di contaminazione del suolo:
- Zona A: L’epicentro del disastro (tra Meda e Seveso), l’area più colpita. Viene completamente evacuata. Circa 730 persone devono abbandonare le proprie case, recintate dal filo spinato e presidiate dall’esercito.
- Zona B: Area a media contaminazione (comprendente anche i comuni di Cesano Maderno e Desio). Viene imposto il divieto di coltivazione, l’abbattimento del bestiame e speciali norme igieniche (come il divieto di gravidanza per le donne).
- Zona R (di Rispetto): Area a bassa contaminazione dove vigevano divieti precauzionali.
In totale, oltre 100.000 persone subiscono le conseguenze e le restrizioni del disastro. Per contenere l’epidemia e la diffusione del veleno nella catena alimentare, verranno abbattuti e inceneriti oltre 80.000 animali.
4. Il dramma dell’aborto terapeutico
Il disastro di Seveso solleva una violentissima tempesta etica e politica nell’Italia del 1976. Gli scienziati temono che l’esposizione alla diossina provochi mostruose malformazioni fetali. In quel momento, l’aborto in Italia è ancora illegale (la legge 194 nascerà solo nel 1978).
Il governo guidato da Giulio Andreotti, d’intesa con la magistratura, concede una deroga straordinaria per consentire l’aborto terapeutico alle donne incinte della zona contaminata. Questa decisione spacca il Paese: da una parte il mondo laico e scientifico che difende il diritto alla salute delle madri, dall’altra il Vaticano e le forze cattoliche oltranziste, che si oppongono fermamente, offrendo assistenza finanziaria e adozioni pur di evitare le interruzioni di gravidanza. Molte donne di Seveso vivono settimane di drammatica solitudine, divise tra la paura del “mostro” in grembo e la forte pressione sociale e religiosa della comunità brianzola.
5. La bonifica e la nascita del Bosco delle Querce
I processi penali si concludono anni dopo con la condanna di alcuni dirigenti dell’Icmesa e della Givaudan, e la multinazionale svizzera accetta di risarcire lo Stato italiano e la Regione Lombardia con decine di miliardi di lire.
La bonifica della Zona A si protrae per anni ed è un’operazione ingegneristica senza precedenti. Le case infette vengono abbattute, lo strato superficiale del terreno viene rimosso per una profondità di decine di centimetri. Tutto il materiale altamente contaminato viene sigillato in due enormi vasche di contenimento stagno sotterranee a Seveso e Meda.
Sopra la vasca principale di Seveso, per seppellire simbolicamente il cemento e il veleno, negli anni ’80 è stato piantato il Bosco delle Querce: un grande parco naturale pubblico che oggi sorge laddove c’erano le case della Zona A, un polmone verde nato dalle ceneri di un deserto chimico per fungere da memoria perenne.
L’eredità di Seveso: la Direttiva Europea
Il disastro di Seveso ha cambiato la storia della sicurezza industriale nel mondo. Nel 1982, l’Unione Europea (allora CEE) ha emanato la storica “Direttiva Seveso” (Direttiva 82/501/CEE), una legge pionieristica che impone a tutti gli Stati membri di censire i siti industriali a rischio di incidenti rilevanti, obbligando le aziende a informare preventivamente la popolazione circostante e a predisporre piani di emergenza d’intesa con le autorità pubbliche.
Seveso non è stata solo una tragedia locale, ma il doloroso campanello d’allarme che ha costretto l’Occidente a comprendere che il progresso industriale non può prescindere dalla tutela della salute e dell’ambiente.
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Sostenibilità
Giugno è stato il mese più caldo nella storia dell’Europa: con picchi oltre i 40 gradi
Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale, superando quello dello scorso anno e il secondo più caldo a livello europeo e globale.
Questi sono i dati che il Copernicus Climate Change Service ha pubblicato il suo ultimo bollettino climatico mensile, incentrato sulle principali tendenze climatiche di giugno 2026.
Il bollettino riporta che giugno 2026 è stato il secondo giugno più caldo a livello globale. La temperatura media globale dell’aria superficiale è stata di 16,54°C, ovvero 1,39°C al di sopra del livello preindustriale stimato (1850-1900).
Un’intensa ondata di calore ha colpito gran parte dell’Europa occidentale e centrale durante la seconda metà del mese, superando in diversi Paesi molti record di temperatura massima giornaliera per il mese di giugno e, in alcuni casi, record assoluti. L’Europa occidentale, la regione più colpita dall’ondata di caldo, ha registrato il suo giugno più caldo mai documentato, con una temperatura media di 20,74°C. Questo valore è superiore di 3,05°C rispetto alla media di giugno del periodo 1991-2020, superando il precedente record stabilito a giugno 2025.
Questa visualizzazione dei dati, basata sulle rilevazioni del C3S, mostra le anomalie della temperatura media dell’aria superficiale in alcune parti dell’Europa centrale e occidentale dal 18 al 30 giugno. La mappa mostra marcate anomalie termiche nell’Europa occidentale, con condizioni più calde della media che hanno raggiunto picchi di +9°C in Francia e Germania,
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Energia
Aruba accelera sull’energia pulita e compra le centrali idroelettriche di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese
Dietro ogni email, servizio cloud o elaborazione di intelligenza artificiale si cela un’infrastruttura fisica complessa ed energivora: i Data Center. Consapevole di questo impatto e della crescente domanda di potenza di calcolo, Aruba prosegue con decisione il proprio piano di investimenti nell’energia pulita, rafforzando il modello di “prosumer” — un soggetto al tempo stesso produttore e consumatore della propria energia.
Un percorso che punta a garantire sostenibilità e continuità operativa a monte della filiera digitale, abbinando la produzione diretta da fonti rinnovabili all’efficienza ingegneristica dei campus tecnologici.
Il network idroelettrico sfiora i 12 MW: focus sulla diversificazione geografica
L’ultimo tassello di questa strategia vede l’ingresso nel portafoglio aziendale di nuove centrali idroelettriche. Con gli ultimi investimenti effettuati in Piemonte — l’aquisto degli impianti sul fiume Stura di Lanzo nei comuni di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese — il network idroelettrico del Gruppo sale a 11 centrali operative, portando la potenza complessiva installata a circa 11,6 MW.
Questi impianti storici, attivi da oltre un secolo e oggetto di ammodernamenti tecnologici, si affiancano a quelli già operativi in Lombardia (tra cui la centrale interna al campus di Ponte San Pietro sul fiume Brembo e l’impianto riattivato a Melegnano sul Lambro), Veneto (sull’Astico) e Friuli-Venezia Giulia (sul Fella).
La presenza distribuita su più bacini idrografici risponde a una precisa scelta logistica: la diversificazione geografica consente di mitigare i rischi legati alla stagionalità o a eventuali periodi di magra dei fiumi, stabilizzando l’apporto energetico complessivo generato dalle risorse idriche.
Modello Prosumer: energia autoprodotta e certificata
Oggi Aruba copre circa la metà del proprio fabbisogno energetico aziendale attraverso la produzione diretta dei propri impianti idroelettrici e fotovoltaici. Per la quota restante, l’azienda si approvvigiona sul mercato acquistando unicamente energia da fonti rinnovabili certificate tramite Garanzie di Origine (GO) gestite dal GSE.
Il mix energetico comprende anche l’apporto dei sistemi fotovoltaici di nuova generazione installati sulle superfici e sulle coperture dei Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro (Bergamo) e di Roma, oltre all’impiego del free cooling (raffreddamento mediante acqua di falda), riducendo drasticamente il ricorso ai tradizionali impianti di refrigerazione ad alto assorbimento.
La sfida dell’Intelligenza Artificiale e gli impegni europei
La spinta verso l’autonomia energetica pulita diventa ancora più cruciale di fronte al boom delle applicazioni di Intelligenza Artificiale. L’AI richiede infrastrutture a elevatissima densità di calcolo e rack capaci di assorbire una potenza nettamente superiore rispetto ai servizi IT tradizionali.
In questo contesto, la progettazione green-by-design (dall’adozione di sistemi di liquid cooling al monitoraggio in tempo reale tramite piattaforme EMS e BMS) e la produzione d’energia green consentono di rendere misurabile e governabile l’impatto ambientale delle nuove tecnologie.
L’espansione della rete di produzione si inserisce nel quadro degli impegni internazionali sottoscritti dal Gruppo, a partire dal Climate Neutral Data Centre Pact — l’iniziativa nata con il supporto della Commissione Europea che punta alla neutralità climatica dei Data Center entro il 2030 — e dall’adesione alla European Green Digital Coalition.
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