Ilva e tumore. Un dramma infnito

L’Ilva continua a dividere la popolazione italiana e non solo: tutto il mondo finanziario guarda con attenzione lo stabilimento di Taranto

L’Ilva di Taranto è l’argomento più dibattuto e  perfino più inflazionato da tanto ne parlano giornali e talk televisivi. Molti investitori esteri stanno guardando con attenzione il caso Ilva poiché appare come un banco di prova per l’Italia e, in base a come andrà, capiranno se è conveniente investire nel nostro paese o se non lo è.

Gli investitori esteri molto spesso investono in Italia perché è un prestigio da appendere al muro, ma ormai considerano il nostro paese come un posto non conveniente. Il costo del lavoro diventa sempre più alto, la burocrazia sempre più complicata e, soprattutto, vedono troppa ingerenza da parte della magistratura.

Il problema è che per alcuni grandi investitori asiatici poco attenti al benessere dei lavoratori e all’ambiente non esiste un etica in ambito imprenditoriale e per loro vale la regola del “business is business”.

Per capire la questione da un punto di vista più umano non possiamo non citare le parole della blogger tarantina Stella Pulpo:

A Taranto c’è anche la più grossa industria siderurgica d’Europa: Arcelor Mittal, ex Ilva, ex Italsider. C’è tanta di quella roba che Taranto dovrebbe essere una città prospera, ricchissima, e invece no. Taranto è una città abusata, svuotata, impoverita, dimenticata, ammalata – scrive la blogger – Io sono di Taranto e, per tutta la vita, ho visto la gente morire di tumore. A Taranto chiunque di noi ha almeno un parente o un amico che lavora con l’acciaio. E chiunque di noi ha almeno un parente o un amico che è morto con l’acciaio. Adulti, bambini, vecchi. Maschi e femmine. Ricchi e poveri. Il cancro è democratico, colpisce chiunque, a qualsiasi età, di qualsiasi partito, religione, orientamento sessuale. La malattia in sé non discrimina, ma naturalmente i più poveri, o i più ostinati, quelli che dal quartiere Tamburi non sono scappati, s’ammalano e muoiono di più. Ma non è una gara. Di base s’ammalano e muoiono un po’ tutti.

Solo chi è di Taranto e ha vissuto questo dramma territoriale può essere testimone di quello che sta accadendo. Come abbiamo detto, non si può liquidare la faccenda Ilva con un semplice “chiudiamola”.

Anche la via della nazionalizzazione non è la via maestra e come esempio possiamo citare i vari interventi da parte dello stato con Italsider:

1975 1.700 miliardi di lire di perdite
1976 2.200 miliardi di lire di perdite
1977 2.900 miliardi di lire di perdite
1978 3.100 miliardi di lire di perdite
1979 3.200 miliardi di lire di perdite

Se da punto di vista ambientale l’Ilva è una disgrazia per tutti i tarantini, dal punto di vista economico, qualora lo stabilimento chiudesse, sarebbe una catastrofe economica per tutto l’indotto poiché non il lavoro in quella zona d’Italia è davvero ai minimi termini.

 


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