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Sostenibilità

Approvata la legge sui cammini in Italia. Il turismo dei cammini genera un indotto economico di decine di milioni di euro

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Con l’approvazione della Legge 13 febbraio 2026 n. 24 sui Cammini, L’Italia si è dotata per la prima volta di un quadro normativo organico dedicato agli itinerari percorribili a piedi e alle forme di mobilità dolce. Il cammino viene riconosciuto come un vero e proprio strumento di sviluppo turistico e territoriale, capace di coniugare sostenibilità ambientale, valorizzazione culturale e benessere personale.

La legge riconosce ufficialmente i cammini come infrastrutture culturali e turistiche di valore strategico. Non si tratta più soltanto di percorsi escursionistici o di itinerari spirituali, ma di strumenti capaci di generare sviluppo sostenibile, valorizzare il patrimonio diffuso e sostenere le economie locali, in particolare nei borghi e nelle aree interne del Paese.

Il provvedimento introduce anche una nuova architettura organizzativa pensata per coordinare le politiche nazionali sui cammini. Nascerà il Registro Nazionale dei Cammini, una banca dati ufficiale che avrà il compito di certificare gli itinerari riconosciuti dallo Stato secondo criteri di qualità, sicurezza e accessibilità. A questo si affianca una cabina di regia presso il Ministero del Turismo, incaricata di coordinare le azioni tra amministrazioni centrali e Regioni, e un tavolo permanente dedicato al turismo lento, pensato come luogo di confronto tra istituzioni, associazioni e operatori del settore. La legge prevede uno stanziamento iniziale di cinque milioni di euro per il triennio 2026-2028, destinati alla valorizzazione e alla promozione della rete dei cammini italiani.

Negli ultimi anni il turismo lento ha conosciuto una crescita costante, trasformandosi da fenomeno di nicchia in una componente sempre più rilevante dell’offerta turistica italiana. Oggi il Paese può contare su oltre centosessanta itinerari tra percorsi storici, spirituali e naturalistici, distribuiti lungo tutta la penisola. I dati confermano la vitalità di questo settore. Ogni anno si registrano circa duecentomila camminatori sui percorsi italiani, con oltre un milione di pernottamenti generati lungo gli itinerari.

Il turismo dei cammini genera un indotto economico stimato superiore ai sessanta milioni di euro e contribuisce in modo significativo alla vitalità di territori spesso lontani dai grandi flussi turistici. In molti casi sono proprio i cammini a riportare attenzione e opportunità economiche nei piccoli centri e nelle aree interne, favorendo una distribuzione più equilibrata del turismo sul territorio nazionale.


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Acqua

Legambiente lancia un appello per la gestione strutturale del bacino del Fiume Po.

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Il fiume Po è sempre più in secca, insieme a lui anche i principali laghi della Penisola, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. L’Italia, dal canto suo, ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi. A denunciare l’approccio del Paese è Legambiente che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano indirizzando loro otto proposte per una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili.
Legambiente chiede all’Esecutivo e agli organi istituzionali regionali più responsabilità e interventi strutturali a partire dall’approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e dallo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. Accanto a questi due interventi, è inoltre importante la piena integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque e, più in generale, mettere in campo una transizione agroecologica del settore primario (che tenga insieme la revisione degli ordinamenti colturali, la domanda irrigua, le pratiche agricole, valorizzando anche il ruolo dei suoli nella ricarica delle falde), definire una governance unica a livello di bacino per la gestione della risorsa idrica e una strategia che integri  infrastrutture (evitando nuove dighe e facilitando la realizzazione di piccoli bacini su scala aziendale),  gestione della domanda, Nature Based Solutions. Senza dimenticare quegli interventi che includono risparmio, economia circolare e tutela degli ecosistemi come ridurre le perdite delle reti, il recupero della capacità degli invasi esistenti, il ripristino degli ecosistemi fluviali e la capacità del territorio di trattenere l’acqua per la sua infiltrazione in falda. È importante, inoltre, portare avanti una politica permanente di informazione, monitoraggio, controlli e coinvolgimento di tutti gli utilizzatori della risorsa idrica. Ad oggi per l’associazione ambientalista le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l’agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità.
Po, laghi e accumuli nevosi in quota: I dati del Po in secca sono sempre più preoccupanti: le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro in particolare è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingressione dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta. Preoccupa anche la situazione dei grandi laghi della Penisola, che presentano altezze idrometriche inferiori alla media e che sono sempre più sotto pressione anche a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”.
Legambiente ricorda, inoltre, che uno dei nodi strutturali della gestione della risorsa nel bacino del Po riguarda il sistema delle concessioni di derivazione, che in molti casi riflette esigenze storiche e dei singoli territori più che una pianificazione integrata a scala di bacino. Molte concessioni risalgono a condizioni climatiche e disponibilità idriche profondamente diverse dalle attuali e non sempre sono state riviste per tenere conto delle reali disponibilità e della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi (vincolo ambientale normativo), e dunque gli obiettivi di tutela degli ecosistemi. A conferma della problematicità della questione derivazioni, pesa sull’Italia la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque.
I focus regionali
Veneto: Un granchio blu spiaggiato sul letto in secca del Po, a 70 chilometri dalla foce.
È forse l’immagine più emblematica della crisi che sta attraversando il fiume Po nel tratto Veneto, proprio in quel tratto d’Alto Polesine, che è stato recentemente riconosciuto come parte della Riserva della Biosfera Mab Unesco Po Grande. Al Delta non arriva più acqua, perché è saltato il regime idrologico di piogge e disgelo dei ghiacciai che lo alimentava come un tempo, mentre un modello agricolo sempre più bisognoso di acqua ha fatto il resto. Il progressivo abbassamento del livello del fiume e l’accumulo di carico organico e nutrienti derivanti da agricoltura, allevamenti e scarichi dei depuratori, che a differenza del primo non diminuiscono, portano ad una distrofia dell’ambiente fluviale, con conseguente abnorme crescita di piante acquatiche e alghe e moria della fauna acquatica, con rischio per la conservazione della biodiversità del fiume. La situazione è altrettanto critica nelle aree lagunari, le temperature elevate e l’assenza prolungata del contributo di acqua dolce dal fiume, effetti sinergici del cambiamento climatico, trasformano le sacche in una vera e propria “pentola salata” naturale, mettendo in ginocchio il comparto della pesca e dell’acquacoltura, già provato dalla presenza del granchio blu. La Regione Veneto nei giorni scorsi ha dichiarato lo stato di emergenza e ha emanato un’ordinanza sulla siccità, ma vedendo gli inefficienti irrigatori a pioggia in funzione in questi giorni sui campi di mais ancora accesi, non sembra che tutti l’abbiano colta. Quelle che un tempo si consideravano eccezionali condizioni di carenza idrica, sono ormai situazioni che si ripresentano con una frequenza tale da non poter più essere considerate eccezionali.
Piemonte. Il Po soffoca, la Regione vuole togliere l’acqua al fiume
La fioritura algale che in questi giorni interessa il Po a Torino è l’ennesimo campanello d’allarme di una crisi idrica sempre più grave. Temperature elevate, portate ridotte e l’eccesso di nitrati, provenienti dalle attività agricole e zootecniche e dai depuratori cittadini che non vengono più diluiti, a monte favoriscono la proliferazione di alghe e specie vegetali alloctone e invasive, alterando l’equilibrio dell’ecosistema fluviale. Quanto sta accadendo evidenzia tutta la contraddizione delle politiche regionali. L’assessore regionale all’ambiente Matteo Marnati continua a portare avanti una battaglia per indebolire il principio del deflusso ecologico, ossia quella quantità minima d’acqua necessaria a garantire la vita del corso d’acqua. Presentare il deflusso ecologico come un ostacolo alla salvaguardia dell’agricoltura è una visione miope. Senza un fiume in salute non esiste futuro nemmeno per l’agricoltura. La crisi climatica impone di ridurre sprechi e pressioni sulla risorsa idrica, non di sottrarre ulteriore acqua agli ecosistemi.
Lombardia. In Lombardia i problemi per la stagione irrigua erano chiari già a inizio marzo: è questo, infatti, il periodo in cui il bilancio del principale serbatoio idrico lombardo, quello costituito dall’accumulo nevoso in montagna, raggiunge il suo picco. Mentre negli ultimi vent’anni il dato dell’equivalente idrico della neve al 1° marzo è stato in media di 2,3 miliardi di metri cubi di acqua, nel 2026 il dato risultava inferiore a 1,3 miliardi di mc. A peggiorare la situazione anche l’aumento delle temperature primaverili, che ha fatto sì che le nevi risultassero sostanzialmente già esaurite a fine maggio, contro un dato, basato sulla media ventennale, che colloca la data di fine disgelo alla prima settimana di luglio. Questo anticipo del disgelo, insieme alla fusione delle masse glaciali, ridefinisce l’idrologia dell’intera regione rendendo critica e incerta la disponibilità di risorsa idrica utilizzabile a scopi irrigui nei mesi cruciali per le colture estive.
Un miliardo di metri cubi in meno per l’estate non è un dato trascurabile nemmeno nella regione italiana più ricca di acque dolci: gli invasi che interessano il territorio lombardo sono in grado di stoccare 2,5 miliardi di metri cubi, considerando insieme il volume regolato dei grandi laghi prealpini e quello degli invasi idroelettrici alle quote montane. Secondo l’ultimo bollettino delle risorse idriche, a fine giugno il valore complessivo degli stoccaggi idrici lacustri è sceso a 1,2 miliardi di metri cubi, 0,7 miliardi in meno dell’atteso: il beneficio delle abbondanti piogge tra maggio e inizio giugno si è già quasi esaurito.
Il quadro delle carenze idriche estive si sta consolidando come situazione sempre più strutturale per il sistema agricolo lombardo. È evidente che il cambiamento climatico ha reso insostenibile l’ordinamento colturale della pianura: se cambia il clima devono cambiare anche le colture, in particolare quelle a raccolto estivo. Tra queste la più esigente, quella del mais, dovrà necessariamente cedere spazio ad altre coltivazioni, mentre per quanto riguarda il riso occorrerà ridurre l’intensità di coltivazione e ripristinare metodi tradizionali di irrigazione, abbandonando la semina in asciutta, che posticipa l’allagamento e così concentra il fabbisogno idrico proprio nei mesi estivi. Allo stesso tempo occorrerà ripristinare gli usi invernali e primaverili delle acque, ad esempio per alimentare le marcite, che permettono di utilizzare la risorsa in momenti in cui essa non è scarsa, rifornendo allo stesso tempo la falda, con effetti benefici per le portate fluviali nei mesi successivi.
Emilia-Romagna: La portata del fiume Po a Pontelagoscuro al 7 luglio era di 323 m³/s, quando la media storica 1923-2024 parla di portate per questo periodo pari a 1100 m³/s: il risultato di questa ridottissima portata è la risalita del cuneo salino – ovvero dell’acqua salata dal mare – per 25 km dalla foce. Un evento di risalita del cuneo salino così importante produrrà danni agli ecosistemi e all’agricoltura, quest’ultima già sotto pressione a causa delle alte temperature. Ma non solo il Po è in sofferenza: anche molti dei suoi affluenti hanno portate esternamente ridotte, tanto che la Regione Emilia-Romagna già da fine giugno si è attivata con un determina per regolare i prelievi idrici da acque superficiali.

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Clima

Reuters Climate Monitor per confrontare le temperature odierne con i record storici di tutto il pianeta

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Reuters ha lanciato il Reuters Climate Monitor, un nuovo strumento online interattivo che utilizza i dati del Copernicus Climate Change Service (C3S) e del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) per confrontare le temperature odierne con i record storici di tutto il pianeta.

Il nuovo strumento consente agli utenti di confrontare le temperature attuali di qualsiasi località nel mondo con quelle che tipicamente rappresenterebbero la media in quel periodo dell’anno, sulla base dei dati storici del periodo 1961-1990. In questo modo, lo strumento aiuta a identificare le aree che stanno registrando condizioni insolitamente calde o fredde, inserendo tali eventi in un contesto climatico a lungo termine. In uno degli esempi più eclatanti, al momento della stesura di questo testo, la temperatura a Parigi è superiore di 14°C rispetto alla sua media storica.


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Ambiente

La storia del disastro della diossina alla Icmesa di seveso

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Il 10 luglio 1976 è una data spartiacque nella storia ambientale del Novecento. Quel giorno, alle ore 12:28, un boato rompe la quiete della frazione di San Giuseppe a Meda, al confine con il comune di Seveso, nella laboriosa e densamente popolata Brianza. Dall’azienda chimica Icmesa (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), controllata dalla multinazionale svizzera Givaudan (a sua volta di proprietà del colosso farmaceutico Roche), si sprigiona una nube bianca, opaca e dall’odore dolciastro.

Quella nube viaggia spinta dal vento verso sud, adagiandosi sui campi, sulle case e sulle persone. Contiene un veleno letale e invisibile: la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente nota da allora come diossina. Sarà il primo disastro industriale italiano a risonanza mondiale, una tragedia che cambierà per sempre la percezione del rischio ecologico e la legislazione europea sulla sicurezza chimica.

1. L’incidente: la reazione fuori controllo

L’Icmesa produceva fegato di zolfo e vari composti chimici, tra cui il 2,4,5-triclorofenolo, un intermedio necessario per la fabbricazione di disinfettanti e del famigerato diserbante “Agente Arancio” (utilizzato dagli americani nella guerra del Vietnam).

Il disastro si consuma nel weekend di chiusura della fabbrica. Durante le fasi di spegnimento dell’impianto, a causa di una serie di negligenze tecniche e della mancanza di un sistema di raffreddamento automatico del reattore A101, la temperatura interna sale ben oltre i limiti di sicurezza (raggiungendo i 230°C). La pressione interna fa saltare la valvola di sicurezza: circa 3.000 kg di sostanze chimiche vengono scaricati nell’atmosfera. Tra questi, si stima vi fossero tra i 15 e i 18 kg di pura diossina, una quantità enorme se si considera che la TCDD è tossica a livelli di parti per miliardo.

2. L’omertà e il ritardo dei soccorsi

La gravità del disastro di Seveso viene amplificata dal silenzio criminale dei vertici dell’azienda. Nei primi giorni successivi al 10 luglio, la direzione dell’Icmesa minimizza l’evento, parlando genericamente di una “nube di diserbante” e rassicurando le autorità locali sul fatto che non vi fossero pericoli per la salute umana.

Mentre i vertici tacciono per non compromettere il titolo in borsa e l’immagine della casa madre, la natura inizia a presentare il conto:

  • Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono.
  • Migliaia di piccoli animali domestici e d’allevamento (conigli, galline, gatti) muoiono improvvisamente nei cortili.
  • Sulla pelle dei bambini che hanno giocato all’aperto iniziano a comparire piaghe dolorose, pustole e rigonfiamenti: è la cloracne, la manifestazione cutanea dell’avvelenamento da diossina.

Solo il 14 luglio (quattro giorni dopo) l’azienda ammette la presenza di diossina, e la conferma ufficiale alle autorità italiane arriverà addirittura il 19 luglio, nove giorni dopo l’esplosione.

3. La mappa del veleno e le evacuazioni

Il territorio viene mappato e diviso in tre zone a seconda del grado di contaminazione del suolo:

  • Zona A: L’epicentro del disastro (tra Meda e Seveso), l’area più colpita. Viene completamente evacuata. Circa 730 persone devono abbandonare le proprie case, recintate dal filo spinato e presidiate dall’esercito.
  • Zona B: Area a media contaminazione (comprendente anche i comuni di Cesano Maderno e Desio). Viene imposto il divieto di coltivazione, l’abbattimento del bestiame e speciali norme igieniche (come il divieto di gravidanza per le donne).
  • Zona R (di Rispetto): Area a bassa contaminazione dove vigevano divieti precauzionali.

In totale, oltre 100.000 persone subiscono le conseguenze e le restrizioni del disastro. Per contenere l’epidemia e la diffusione del veleno nella catena alimentare, verranno abbattuti e inceneriti oltre 80.000 animali.

4. Il dramma dell’aborto terapeutico

Il disastro di Seveso solleva una violentissima tempesta etica e politica nell’Italia del 1976. Gli scienziati temono che l’esposizione alla diossina provochi mostruose malformazioni fetali. In quel momento, l’aborto in Italia è ancora illegale (la legge 194 nascerà solo nel 1978).

Il governo guidato da Giulio Andreotti, d’intesa con la magistratura, concede una deroga straordinaria per consentire l’aborto terapeutico alle donne incinte della zona contaminata. Questa decisione spacca il Paese: da una parte il mondo laico e scientifico che difende il diritto alla salute delle madri, dall’altra il Vaticano e le forze cattoliche oltranziste, che si oppongono fermamente, offrendo assistenza finanziaria e adozioni pur di evitare le interruzioni di gravidanza. Molte donne di Seveso vivono settimane di drammatica solitudine, divise tra la paura del “mostro” in grembo e la forte pressione sociale e religiosa della comunità brianzola.

5. La bonifica e la nascita del Bosco delle Querce

I processi penali si concludono anni dopo con la condanna di alcuni dirigenti dell’Icmesa e della Givaudan, e la multinazionale svizzera accetta di risarcire lo Stato italiano e la Regione Lombardia con decine di miliardi di lire.

La bonifica della Zona A si protrae per anni ed è un’operazione ingegneristica senza precedenti. Le case infette vengono abbattute, lo strato superficiale del terreno viene rimosso per una profondità di decine di centimetri. Tutto il materiale altamente contaminato viene sigillato in due enormi vasche di contenimento stagno sotterranee a Seveso e Meda.

Sopra la vasca principale di Seveso, per seppellire simbolicamente il cemento e il veleno, negli anni ’80 è stato piantato il Bosco delle Querce: un grande parco naturale pubblico che oggi sorge laddove c’erano le case della Zona A, un polmone verde nato dalle ceneri di un deserto chimico per fungere da memoria perenne.

L’eredità di Seveso: la Direttiva Europea

Il disastro di Seveso ha cambiato la storia della sicurezza industriale nel mondo. Nel 1982, l’Unione Europea (allora CEE) ha emanato la storica “Direttiva Seveso” (Direttiva 82/501/CEE), una legge pionieristica che impone a tutti gli Stati membri di censire i siti industriali a rischio di incidenti rilevanti, obbligando le aziende a informare preventivamente la popolazione circostante e a predisporre piani di emergenza d’intesa con le autorità pubbliche.

Seveso non è stata solo una tragedia locale, ma il doloroso campanello d’allarme che ha costretto l’Occidente a comprendere che il progresso industriale non può prescindere dalla tutela della salute e dell’ambiente.


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