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Rapporto Dis(armati), indagine Save the Children sulla violenza giovanile
I recenti episodi di violenza che hanno coinvolto minori e giovani raccontano un fenomeno complesso che non può essere affrontato con allarmismi, clamore mediatico e risposte solo punitive. È invece urgente accendere i riflettori sul disagio diffuso tra gli adolescenti, che trova spazio nei vuoti educativi e relazionali e nei contesti in cui la violenza prende forma. Per comprenderne le cause più profonde serve uno sguardo ampio che consideri fattori individuali, familiari e di contesto, e fornisca risposte efficaci alla radice, in quel vuoto che va riempito con risposte educative, di recupero e di attenzione del mondo adulto e istituzionale, accompagnando i giovani in un percorso di responsabilizzazione. Dall’analisi contenuta nel rapporto “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS, emerge un quadro frastagliato che da un lato fotografa i cambiamenti nell’intensità e nelle modalità della violenza agita dagli adolescenti, da soli o in gruppo, dall’altro segnala l’aumento della permanenza prolungata dei minori nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del Decreto Caivano.
Attraverso le voci di minorenni e neomaggiorenni, rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, magistrati, esperti, operatori del terzo settore e del sistema di giustizia minorile che accompagnano ragazze e ragazzi nei percorsi di reinserimento – con approfondimenti nelle città di Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni – la ricerca restituisce una fotografia della violenza che è un grido profondo degli adolescenti e che interroga con urgenza il mondo degli adulti. Le voci e le immagini, riportate all’interno del rapporto di ricerca, sono state raccolte con la collaborazione del giornalista e autore Danilo Chirico, insieme al fotoreporter Alessio Romenzi e al regista e autore Vito Foderà.
Il viaggio compiuto da Save the Children per comprendere il fenomeno della violenza giovanile – con un’attenzione alla diffusione delle armi e al coinvolgimento dei minori nelle reti della criminalità organizzata – evidenzia come nell’ultimo decennio sia cambiata l’intensità e le modalità della violenza agita dagli adolescenti: più immediata, visibile, condivisa e amplificata anche attraverso i social media. Ma allo stesso tempo ci restituisce una “geografia della violenza” che mette in luce come le diverse tipologie di reati di natura violenta non abbiano una diffusione omogenea su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione maggiore di alcune tipologie in determinate aree del Paese.
Sono aumentate rapine, risse e lesioni personali, con un’efferatezza “apparentemente insensata” che nasconde fragilità emotive diffuse e un progressivo svuotamento affettivo. Sebbene la violenza oggi appaia sempre più armata, sottolinea Save the Children, con l’uso di pistole, coltelli e armi improprie, gli adolescenti sono sempre più “disarmati” di fronte a nuove fragilità psicologiche e relazionali, spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e violenze all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze. Preoccupa, inoltre, la crescita nel 2025 di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa in alcuni territori.
Osservando il dato di minori e giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM) dall’Autorità giudiziaria, emerge un progressivo calo, pari a poco più di un terzo negli ultimi vent’anni, passando da 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024 . Guardando invece al dato relativo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli USSM, questi sono 23.862 , in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del c.d. “Decreto Caivano” (DL 123/2023, convertito in L.159/2023) che ha ampliato i casi di custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle alternative al carcere. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni e l’1% ha meno di 14 anni, i giovani adulti sono il 26%.
Allargando lo sguardo all’Europa, i minori e i giovani adulti in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato, sono passati in Italia da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, e il valore rimane uno dei più bassi dell’area. Secondo i dati forniti dal Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, rispetto a 10 anni prima, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (4.653 nel 2024 rispetto alle 1.921 del 2014), rissa (1.021 nel 2024, 433 nel 2014) e minaccia (1.880 nel 2024, 1.217 nel 2014) mentre diminuiscono i minorenni segnalati per il reato di associazione per delinquere (109 nel 2024, 406 nel 2014). Se nel 2024 il numero di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa conferma il trend di 10 anni prima (49), il dato per il primo semestre 2025 (46) suggerisce una possibile preoccupante crescita nell’annualità.
Inoltre i dati fotografano una maggiore diffusione delle armi tra i minori – anche improprie – con un aumento da 778 a 1.946 dal 2019 al 2024 dei minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti ad offendere e un picco di 1.096 nel primo semestre del 2025. I giovani intervistati per questa ricerca raccontano che girare armati fa sentire “più sicuri”, ma a volte anche “più nervosi”, altri lo fanno per status o come simbolo di potere. La crescita riguarda quasi tutte le regioni e, tra le città metropolitane, si segnalano Napoli (che passa da 59 nel 2019 a 152 nel 2024), Milano (da 43 a 150), Roma (da 32 a 96), Bologna (da 21 a 88) e Torino (da 31 a 82)
A preoccupare, quindi, è la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi, più che in passato, al rischio di andare incontro a un’escalation di violenza. Spesso tra i giovani che escono di casa armati si crea un “cortocircuito della paura”: la paura porta all’esigenza di difendersi, di fare paura, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male.
“Per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi” dichiara Antonella Inverno, Responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. “Da questo viaggio tra le voci ‘disarmate’ di ragazze e ragazzi che attraversa tutto il Paese, emerge chiaramente come la violenza sia un fenomeno alimentato da vuoti educativi, solitudine, mancanza di spazi e di opportunità di crescita. Di fronte a questo scenario, un approccio emergenziale che fa della punizione e del controllo gli strumenti principali – quasi gli unici – per prevenire e affrontare la violenza minorile non è coerente con il superiore interesse del minore né in linea con i principi del diritto minorile, ma rischia fortemente di risultare inefficace. È necessario coinvolgere minori e giovani adulti in percorsi di responsabilizzazione in grado di rendere evidenti le conseguenze dei comportamenti violenti, avere uno sguardo attento ai bisogni, ai vissuti e alle potenzialità di ragazzi e ragazze e avere una reale disponibilità ad ascoltarli e a metterli nelle condizioni di partecipare alla vita sociale. Questo cambio di prospettiva da parte del mondo adulto deve essere accompagnato da un forte impegno istituzionale, con un chiaro obiettivo: garantire il benessere di bambini, bambine e adolescenti e, di conseguenza, agire preventivamente su quei fattori che possono alimentare la violenza”.
La geografia dei reati violenti commessi da minori
Emerge, nei racconti dei ragazzi, una rabbia interiore e una “mancanza di rispetto totale per la propria vita” – tra tentativi di suicidio, casi di autolesionismo, disturbi alimentari – e quella degli altri, in una sorta di “disinvestimento affettivo”. In questo contesto, il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello”, spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso. L’assunzione di alcuni tipi di sostanze psicotrope, inoltre, rischia di avere un effetto moltiplicatore della violenza, trasformando la rabbia in azione e abbassando la soglia di percezione del rischio fino ad azzerarla.
“Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente” spiega un operatore. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”.
Prendendo in considerazione i dati sul numero di minorenni di 14-17 anni denunciati o arrestati si registra un aumento di 14-17enni segnalati per rapina: 3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014, in crescita in quasi tutte le regioni del centro e del nord Italia, in particolare in Valle d’Aosta (+3 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (+2,65 ogni mille), Friuli Venezia-Giulia (+2,42 ogni mille) e Liguria (+2,34 ogni mille), con le sole eccezioni di Piemonte (-0,39 ogni mille) e Lazio (-0,54 ogni mille). Il dato del primo semestre 2025 (2.364) conferma il trend in aumento, con un’incidenza maggiore in Emilia-Romagna (3,06 ogni mille abitanti), Lombardia (1,7 ogni mille), Liguria (1,44 ogni mille) e Toscana (1,38 ogni mille). Sempre nel primo semestre 2025, tra le città metropolitane spiccano: Milano (294 minorenni denunciati o arrestati), Roma (124), Bologna (103) e Torino (85).
Sono 4.653, invece, i minori denunciati o arrestati per lesioni personali (di cui 592 ragazze), quasi il doppio rispetto a dieci anni prima, in crescita costante in tutte le regioni, come indicano anche i 2.425 casi del primo semestre 2025. L’incidenza maggiore in Friuli-Venezia Giulia (2 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (1,89 ogni mille) e Valle d’Aosta (1,63 ogni mille) e, tra le città metropolitane, sempre nel 1° semestre 2025, Milano (129 minorenni denunciati o arrestati), Roma (75), Torino (83) e Bologna e Napoli (73).
I minorenni denunciati o arrestati per rissa registrano un aumento che sfiora il 100% tra il 2019 e il 2024, con 1.021 segnalazioni, di cui 955 ragazzi, con un’incidenza maggiore in Molise (1,21 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Nel primo semestre 2025 sono 507 i minorenni segnalati, in linea con l’anno precedente. Le città metropolitane più coinvolte nello stesso periodo sono: Milano (33 minorenni segnalati), Genova (32) e Palermo (31).
Un simile andamento, ma con valori più elevati, riguarda i minori denunciati o arrestati per il reato di minaccia, che aumentano significativamente dopo il 2019 fino a raggiungere i 1.880 casi nel 2024 (988 nei primi sei mesi del 2025), di cui 303 ragazze, con un’incidenza maggiore, anche in questo caso, in Molise (1,62 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), mentre l’aumento più significativo tra il 2014 e il 2024 si è registrato in Friuli Venezia-Giulia (+1,5 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Tra le città metropolitane, nel 1° semestre 2025, svettano Roma (49 minorenni segnalati), Milano (41) e Torino (28).
Diminuisce, invece, il numero di minori denunciati o arrestati per associazione per delinquere, 109 nel 2024 (erano 406 nel 2014), in particolare nel Lazio (-0,46 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni, nel decennio considerato). I principali dati di analisi dello scenario, sottolinea Save the Children, si basano sulle denunce, ma occorre tenere presente che non sempre queste, dopo il vaglio dell’autorità giudiziaria, si trasformano in processi a carico dei minorenni segnalati.
Secondo alcuni psicologi intervistati nella ricerca, il mondo adulto continua a vedere gli episodi in cui sono coinvolti certi ragazzi solo come problemi di sicurezza e ordine pubblico, senza comprendere che la violenza è spesso il linguaggio di una richiesta di riconoscimento da parte di una generazione che sta attraversando cambiamenti epocali – dalla pandemia, con la perdita di socialità e la frattura dei legami educativi, ai social media – senza essere attrezzata e senza trovare punti di riferimento credibili nel mondo adulto. Sfidando il limite, con modalità spesso impulsive, cercano di riempire questa sensazione di vuoto: la violenza diventa così un linguaggio “esistenziale”, un modo per essere visibili, affermarsi, sentirsi vivi.
Famiglie, scuola e istituzioni sono spesso percepite come assenti, incoerenti o delegittimate da parte degli adolescenti intervistati. I segnali di disagio esistono – a scuola, nei servizi sociali, nei quartieri – ma la presa in carico da parte degli adulti è “discontinua, frammentata, tardiva” spiegano gli operatori sociali.
“Puntare su punizioni e misure repressive può sembrare una risposta immediata, ma non funziona. La violenza giovanile nasce spesso in un vuoto educativo e sociale: è lì che bisogna intervenire. Prevenire significa investire in contesti che offrano ai ragazzi opportunità, ascolto, relazioni rispettose e alternative positive. Serve sostenere le famiglie nelle sfide dell’adolescenza, promuovendo modalità di comunicazione basate sul rispetto reciproco. Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. Accanto a questo, è fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità, e garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo. La via educativa è cruciale anche per accompagnare i giovani in percorsi di responsabilizzazione rispetto alle proprie azioni perché comprendano le conseguenze dei loro comportamenti. Le competenze emotive e sociali devono supportare nella presa di consapevolezza delle proprie azioni e di come possono impattare, a volte in modo tragico, su altri coetanei e sulla comunità più allargata. Per riuscire a fare tutto questo serve un’alleanza forte tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”, spiega Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.
Il gruppo, i social media e la musica
Un elemento comune che attraversa la galassia della violenza giovanile è che la violenza di strada non è più confinata alle aree di marginalità estrema, ma coinvolge anche ragazzi provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati, senza distinzione tra ricchi e poveri, italiani, anche di seconda generazione, e stranieri.
A differenza di qualche anno fa, i reati di gruppo esistono ma hanno caratteristiche diverse: ai gruppi strutturati si sostituiscono aggregazioni fluide, temporanee che si formano spesso via social e si ritrovano negli spazi della cosiddetta “movida” per affermare una presenza pubblica o mettere in atto reati, tra cui rapine e furti. L’appartenenza al quartiere rappresenta spesso un elemento distintivo dell’identità del gruppo che supera quello dell’appartenenza etnica: vivere nella stessa zona per i ragazzi ha più valore rispetto alla provenienza culturale e l’appartenenza ha a che fare con una condizione di marginalità di chi si riconosce nella vita per strada, nel quartiere.
In questo contesto, i social media diventano strumenti per convocare, coordinare e selezionare i luoghi e i tempi dello scontro, costruire alleanze o rivalità. In alcuni contesti, diventano anche canali di contatto con mercati illegali e ambienti di radicalizzazione.
I social sono ambienti tipici di espressione dell’adolescenza e, quando questa espressione è violenta, diventano anche luogo dove la violenza viene messa in scena, “certificata” e amplificata: molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti. Il13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine “Almeno fare paura significa essere visti”, dice un ragazzo. La violenza diventa così una performance identitaria in cui il bisogno di visibilità e l’esaltazione delle azioni rappresentano elementi necessari.
In questo scenario, la musica svolge un ruolo significativo: trap, rap e, in alcuni contesti, il neomelodico sono linguaggi con cui esprimere rabbia, marginalità e desiderio di riscatto. Per molti adolescenti, la musica è un modo per essere ascoltati in un mondo adulto che probabilmente li considera già irrecuperabili.
Minori e criminalità organizzata
Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono 46, a segnalare un possibile preoccupante aumento rispetto al 2024, quando sono stati 49. Dei 46, quasi la metà si registrano a Catania (15) e a Napoli (6).
Ad allarmare anche l’aumento, in alcuni territori, dei minori denunciati o arrestati per omicidio (passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024), con un’incidenza maggiore in Campania (0,15 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e con 27 minorenni segnalati a Napoli nel primo semestre 2025 (erano stati 28 in tutto il 2024).
L’affiliazione criminale nasce spesso dalla povertà educativa: nei vuoti di opportunità, l’illegalità offre ai ragazzi fragili appartenenza e protezione. Senza alternative, spesso costretti a scelte obbligate che si intersecano con le attività criminali della famiglia e da contesti relazionali e sociali complessi, in territori privi di opportunità e servizi, attratti da logiche di potere, denaro e riconoscimento sociale, i minorenni entrano precocemente in contatto con le armi per affermarsi all’interno del gruppo o del quartiere. Ma occupandosi esclusivamente dell’arma o del reato, invece che del minore, si corre il rischio di consegnarli alla cultura criminale. Per i ragazzi coinvolti in contesti di criminalità organizzata, la difficoltà a interrompere la condotta delinquenziale e, quindi, la probabilità di commettere più di un reato è di 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei che non sono coinvolti in questi contesti .
Le città di indagine: Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni
L’indagine di Save the Children contiene approfondimenti su alcune grandi città italiane e una piccola città di provincia al fine di mostrare come il fenomeno della violenza minorile non riguardi più solo le grandi città metropolitane.
A Roma, nei primi sei mesi del 2025 sono 45 i minori segnalati per porto abusivo d’armi (96 nel 2024), 75 per lesioni personali (167 nel 2024), 124 per rapina (178 nel 2024) mentre le risse sono passate da 27 nel 2019 a 86 nel 2024. Sono diminuiti, invece, gli omicidi, da 17 nel 2014 a 5 nel 2024.
Gli scontri in città sono spesso legati a conflitti che nascono sul momento e a dinamiche relazionali, sia in periferia che nelle zone centrali. “Ci sono anche figli di buona famiglia che finiscono per organizzarsi in piccole bande e commettere reati”, commentano i magistrati.
Nel corso del 2025, si sono registrate anche aggressioni in alcune scuole: “Spesso siamo di fronte all’incapacità delle ragazze e dei ragazzi di gestire la relazione con gli altri, il consenso e il rifiuto, la rabbia e la frustrazione, oppure di avere un rapporto sano con lo smartphone” raccontano gli insegnanti.
A Milano, nei primi sei mesi del 2025 sono 294 i minori denunciati o arrestati per rapina (571 nel 2024), 129 per lesioni personali (267 nel 2024), 33 per risse, 95 per porto abusivo d’armi (con un incremento del 455% in dieci anni, da 27 nel 2014 a 150 nel 2024).
Il conflitto fisico diventa spesso una modalità di interazione, nelle zone della movida come in periferia. Non più le cosiddette “baby gang”, ma gruppi a geometria variabile, in cui la violenza diventa occupazione simbolica della città, proprio dei luoghi dove si sentono esclusi: Corso Como, piazza Gae Aulenti, City Life, Duomo. “Questi ragazzi usano la voce e le mani perché si sentono invisibili”, spiegano gli operatori sociali intervistati per la ricerca, che raccontano come spesso nelle storie di questi ragazzi c’è un’infanzia segnata da violenza e solitudine e la rabbia repressa sfocia nello scontro. “Hai qualcosa dentro che ti fa venire voglia di sfogarti con qualcuno” racconta un ragazzo. “Si cerca il pretesto. La prima volta succede per caso, ma poi quell’adrenalina la vai a ricercare nei giorni seguenti. Cerchi qualunque cosa che ti spinge al limite”. In un clima di conflitto permanente in cui “girare armati diventa un obbligo di sopravvivenza”.
A Napoli sono 27 i minori denunciati o arrestati per omicidio nel primo semestre del 2025, un valore che ha quasi raggiunto il totale di quelli registrati nel 2024 (28), anno in cui si è registrato un aumento rispetto al 2019 (quando sono stati 13). Anche i dati sul porto abusivo d’armi (73 nel primo semestre del 2025, e più che raddoppiati tra il 2014 – 65 – e il 2024 – 152), lesioni personali (73, 147 nel 2024) e risse (18, 42 nel 2024) confermano una città dove la soglia dello scontro si è alzata in maniera preoccupante.
Il ferimento e gli omicidi tra giovanissimi non erano mai stati così frequenti, anche in zone come Sanità e Quartieri Spagnoli. Ragazzini di 14 o 15 anni vengono arruolati dalle organizzazioni criminali perché costano meno, espongono meno gli adulti e garantiscono una pressione continua sul territorio.
Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale, a Bari nel primo semestre del 2025 sono tre i minori segnalati per associazione mafiosa, un segnale, secondo gli esperti, che indica una riattivazione delle dinamiche di clan sul territorio. Sono 13 i minori segnalati nel primo semestre 2025 per porto abusivo d’armi, a suggerire un trend in linea con il 2024 (27) e in aumento rispetto a dieci anni fa quando erano 8, 45 per lesioni personali (76 nel 2024), 18 per minaccia (31 nel 2024), 5 per estorsione (7 nel 2024). “Il linguaggio è quello della sopraffazione” spiega Valeria Montaruli, Presidente del Tribunale per i minorenni di Bari, che osserva come negli ultimi anni la procura affronta procedimenti che riguardano anche under 14 per aggressioni, rapine, spedizioni punitive, con una trasversalità della violenza rispetto ai ceti sociali.
In Umbria,sono 34 i minori segnalati nel primo semestre 2025 per rapina più di quelli segnalati nell’intero 2024 (31) e in crescita rispetto al 2014 (16), 37 per lesioni personali (75 nel 2024 rispetto ai 38 del 2014), e 14 per porto abusivo d’armi (15 nel 2024 in aumento rispetto ai 9 del 2014). Tra il 2014 e il 2024 è aumentata l’incidenza di minori segnalati per lesioni personali (+1,05 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni), rapina (+0,42 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e rissa (+0,32 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni). I minori segnalati per il reato di rapina sono l’1,05 del totale della popolazione tra i 14 e i 17 anni, lo 0,43 ogni mille quelli segnalati per porto d’ermi, l’1,14 ogni mille per lesioni personali e lo 0,46 ogni mille per minacce.
In una piccola città come Terni, che da qualche anno vive profonde trasformazioni sociali, si assiste a rapine improvvisate o liti che nascono per questioni banali, dove spesso, insieme agli italiani, sono coinvolti anche minori stranieri non accompagnati o di seconda generazione. “Basta niente – racconta una ragazza – una parola, uno sguardo, una storia sui social”. Secondo le autorità locali, lo spaccio e i furti vedono una partecipazione mista, in una sorta di “integrazione antisociale” che risponde a dinamiche di emulazione e pressione sociale.
Il rapporto “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” è disponibile a questo link: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/disarmati
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‘Italia Rinnovabile’: il nuovo report di Legambiente. I numeri delle fonti pulite in Piemonte
In Italia negli ultimi dieci anni la capacità di copertura dei consumi elettrici da fonti rinnovabili è cresciuta del 7% passando dal 33,9% nel 2015 – con 107.498 GWh/a – al 41,1% nel 2025 con 127.978 GWh/a, e arrivando a pochi punti di percentuale dalle fonti fossili (43,8%). In particolare, nel 2025 il contributo maggiore è arrivato dal fotovoltaico 44.294 GWh/a, seguito da idroelettrico 41.625 GWh/a, eolico 21.360 GWh/a, e geotermia 5.260 GWh/a. Una crescita nel complesso lenta ma importante che, però, deve essere sostenuta e incoraggiata da politiche energetiche più efficaci sbloccando gli iter burocratici per centrare l’obiettivo 2030 e cominciare a guardare a quello di decarbonizzazione al 2040. A chiederlo è Legambiente che oggi presenta a Roma il nuovo studio “Italia Rinnovabile”, realizzato con il contributo di Statkraft Italia e FERA, La Nuova Ecologia media partner, annunciando anche l’avvio della sua nuova campagna nazionale “OK, la bolletta giusta. Prezzo zonale è giustizia sociale”, con partner AzzeroCO2 e Coordinamento Free. Lo studio fa il punto su numeri, potenzialità, ritardi, 11 buone pratiche e 15 interventi sulle rinnovabili da mettere in campo proposti al Governo. Pilastro centrale del report il fatto che le fonti pulite sono alleate decisive per contrastare la crisi climatica e la povertà energetica, per portare benefici ai territori e per ridurre il costo della bolletta su cui ad oggi il gas fossile incide per l’89% delle ore sulla formazione del prezzo finale dell’energia. L’attuale bolletta elettrica è arrivata a quota 130,5 euro/MWh, contro i 42,5 della Spagna dove il gas incide solo per 15% grazie agli importanti investimenti fatti nelle tecnologie pulite. (altro…)
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Innovazione, cooperazione e rigenerazione: così evolve la Responsabilità Sociale d’Impresa
Energia pulita e condivisa che nasce dai tetti delle case popolari, ortofrutteti solidali che coltivano l’inclusione, ecosistemi rigenerati che rendono i territori più resilienti. Azioni concrete che si rivelano tasselli di un modello di Responsabilità Sociale d’Impresa (CSR) che si sta facendo strada in Italia, basato su collaborazioni strategiche capaci di generare valore condiviso. Una fotografia che si basa sui risultati delle tre campagne nazionali di CSR promosse da Legambiente e AzzeroCO2 – EnergyPOP, Ortofrutteto Solidale Diffuso e Mosaico Verde – che in sette anni, grazie al sostegno di oltre 60 aziende e 200 partner tra enti locali e associazioni, hanno realizzato complessivamente 293 progetti, dimostrando come la Responsabilità Sociale d’Impresa possa contribuire al miglioramento del benessere collettivo e alla tutela del patrimonio naturale.
È quanto emerso dal convegno “Connessioni sostenibili. Affrontare le sfide ambientali e sociali: dal contesto all’azione”, che si è tenuto mercoledì 13 maggio, a Milano presso il Talent Garden, dal quale si delinea una chiara evoluzione: la sfida si è ormai spostata dal “se investire” al “come farlo” in modo efficace e con effetti duraturi.
È nella convergenza di tre pilastri, fondamentali per le strategie ESG, che prende forma questo paradigma di Responsabilità Sociale d’Impresa: innovazione, rigenerazione e cooperazione. Elementi che qualificano e rafforzano l’azione di CSR, traducendola in interventi coerenti con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e capaci di promuovere progresso e crescita inclusiva.
Innovazione: la tecnologia al servizio della transizione energetica
Il primo pilastro è l’innovazione, intesa soprattutto come capacità di ripensare strumenti consolidati per rispondere alle emergenze socio-ambientali del nostro tempo. Un’innovazione che promuove una sostenibilità sistemica con l’obiettivo di non lasciare indietro nessuno.
È proprio nell’affrontare sfide complesse come la povertà energetica che questa strategia rivela tutta la sua efficacia. A delineare con precisione i contorni di questa emergenza è stata, nel corso dell’incontro, Paola Valbonesi, Presidente dell’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE). Durante il suo intervento, ha illustrato come nel 2024 la povertà energetica abbia raggiunto il picco storico del 9,1%, coinvolgendo 2,4 milioni di famiglie. Di queste, 1,3 milioni si trovano in una condizione di spesa energetica eccessiva rispetto al reddito, mentre ben 1,1 milioni vivono in una condizione di “povertà energetica nascosta” ovvero sono costrette a rinunciare al riscaldamento per contenere i costi. Un dato particolarmente allarmante riguarda l’impatto sui più giovani: sono oltre 1 milione i minori esposti a questa forma di vulnerabilità.
In risposta a questo scenario, i cui dati sono fondamentali per orientare le politiche di welfare e sviluppare interventi mirati, la campagna EnergyPOP impiega il fotovoltaico come un mezzo per ridurre le disuguaglianze. Ad oggi sono stati installati oltre 70 kW di potenza fotovoltaica su quattro edifici di edilizia residenziale pubblica a Firenze, Empoli, Catania e Santarcangelo di Romagna (RN), oltre che sul tetto di uno degli edifici della Cooperativa Sociale Agricoltura Capodarco a Grottaferrata (RM), portando energia pulita e accessibile a 154 nuclei familiari e 17 lavoratrici e lavoratori della cooperativa sociale. L’impatto è duplice: da un lato si agisce per rispondere a un bisogno primario di accesso all’energia; dall’altro, si contribuisce alla transizione energetica, evitando l’emissione di oltre 28.450 kg di CO2 all’anno, grazie alla produzione di energia pulita.
L’essenza dell’innovazione si sposta quindi dall’oggetto alla sua funzione, facendo del pannello fotovoltaico uno strumento di equità sociale.
Rigenerazione: andare oltre la conservazione per ricostruire gli ecosistemi dalla terra al mare
Il secondo pilastro, la rigenerazione, si fonda sulla necessità di rispondere ai rischi climatici, la cui gravità è stata illustrata durante il convegno da Luca Mercalli, Presidente della Società Meteorologica Italiana. Nel suo intervento, ha spiegato come il mancato rispetto dell’Accordo di Parigi possa condurre a un aumento termico globale fino a 5 gradi entro la fine del secolo, con una conseguente intensificazione di siccità, eventi estremi e innalzamento del livello del mare. L’analisi descrive un’umanità che, nell’era dell’Antropocene, sta superando i limiti planetari, mettendo a rischio la sopravvivenza delle generazioni future. La possibilità di ridurre i danni però esiste, ma richiede un impegno collettivo.
La rigenerazione attiva, ovvero interventi mirati a ricostruire la funzionalità, la ricchezza e la capacità di adattamento del capitale naturale, assume quindi un ruolo centrale per fronteggiare queste sfide. A tradurre in pratica questo principio è la campagna Mosaico Verde che con oltre 341.000 piante messe a dimora, 336 ettari di territorio rigenerato e 243 progetti realizzati in 19 regioni, si afferma come la più grande iniziativa nazionale per la rigenerazione ambientale e il ripristino degli ecosistemi. Un’azione capillare il cui beneficio economico e sociale è stimato in oltre 1,7 milioni di euro per ogni anno di vita degli impianti arborei e arbustivi messi a dimora.
Mosaico Verde è un progetto di rigenerazione ambientale che si applica a sistemi ecologici diversificati. Si spazia dalla messa a dimora di alberi in aree verdi urbane e boschive, a interventi a tutela di specie vegetali e animali a rischio, come nel progetto di salvaguardia dell’orso bruno marsicano nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. L’impegno si estende anche alla protezione degli habitat marini, con interventi che hanno permesso di recuperare oltre 5 quintali di reti fantasma a Santo Stefano al Mare (IM) e Polignano a Mare (BA), e con l’iniziativa per il ripristino della posidonia oceanica all’Isola del Giglio.
Ogni azione è un tassello per riattivare la funzionalità dei differenti ecosistemi dalla terra al mare, traducendo l’impegno locale in un concreto vantaggio per la resilienza nazionale.
Cooperazione: alleanze che generano opportunità condivise
Il terzo pilastro, la cooperazione, nasce dalla consapevolezza che la creazione di valore condiviso richieda la capacità di mettere in comune competenze, risorse e responsabilità. La CSR si configura così come uno spazio di raccordo tra aziende, enti locali e terzo settore, capace di superare la frammentazione e favorire percorsi partecipati che rafforzano progettualità già attive nei territori, creando le condizioni perché possano crescere, consolidarsi e accedere a nuove opportunità.
È da questa idea di cooperazione strutturata che si sviluppa la campagna Ortofrutteto Solidale Diffuso che, grazie al sostegno delle aziende partner e alla collaborazione con oltre 35 cooperative sociali, ha portato alla realizzazione di 59 ortofrutteti e alla messa a dimora di 4.960 piante. In tutti i progetti la tutela della biodiversità e la creazione di fonti di reddito alternative diventano il mezzo per sostenere l’inclusione sociale e lavorativa di donne e uomini in condizioni di svantaggio che vengono coinvolti in percorsi di formazione e reinserimento, pensati per restituire loro autonomia e fiducia. Tra questi, i detenuti del carcere di Sollicciano (FI), le detenute della Casa Circondariale di Genova Pontedecimo e le persone accolte dalla Coop. Sociale La Nuova Arca e dalla Cooperativa Terra Felix di Caserta, impegnata quest’ultima in progetti di agricoltura sociale su terreni confiscati alla criminalità organizzata.
È il concetto di ecologia integrale (concetto cardine dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco) che si fa azione, segnando la fine della separazione tra interventi sociali e ambientali. I progetti più efficaci sono infatti quelli che danno luogo a un “doppio impatto”, tutelando la natura e favorendo al contempo l’inclusione di persone fragili. La cooperazione assume così una duplice dimensione: da un lato, mette in relazione imprese, enti locali e terzo settore; dall’altro, integra finalità ambientali e sociali all’interno di una visione comune. In questo modo, la Responsabilità Sociale d’Impresa supera la logica della somma di singoli progetti e si afferma come modello integrato di intervento, capace di amplificare l’efficacia delle iniziative e generare benefici concreti e diffusi per le comunità.
«Analizzando l’evoluzione dei progetti che in questi anni abbiamo realizzato, emerge come la CSR sia cambiata nel tempo: da iniziative una tantum a un sistema di ‘welfare generativo’, in cui l’obiettivo non è più semplicemente ‘restituire’ qualcosa alla comunità, ma ‘co-investire’ nel suo futuro per rafforzare il tessuto sociale e rigenerare il capitale naturale» spiega Sandro Scollato, Amministratore delegato di AzzeroCO2 . «Parallelamente, l’investimento in CSR è diventato uno strumento chiave di coinvolgimento. Il volontariato aziendale, in particolare, rafforza l’engagement perché crea un legame diretto tra dipendenti, impresa e territorio, generando un impatto più profondo e strutturato. Quando le persone si sentono parte attiva del processo, infatti, sostengono con più forza le soluzioni adottate e contribuiscono a creare una cultura diffusa di solidarietà e tutela ambientale».
E il futuro della CSR? Per provare a rispondere a questa domanda, in occasione del convegno si sono tenuti i “Greendates”: tavoli di lavoro pensati per favorire il confronto e creare sinergie operative tra le 25 aziende partecipanti. Un’opportunità concreta per condividere best practice replicabili, immaginare progetti comuni e dare avvio a nuove partnership. Dal confronto è emerso che il 68% delle imprese presenti ha investito in progetti di CSR da almeno 5 anni. Tra gli strumenti e le pratiche già adottate figurano bilanci di sostenibilità, certificazioni e politiche di diversity & inclusion. Si evidenzia anche un quadro chiaro delle priorità future: per l’87% delle aziende gli ambiti di investimento prioritario saranno l’ambiente, l’inclusione sociale e il welfare aziendale.
«Il volto della Responsabilità Sociale d’Impresa sta cambiando, e le campagne che portiamo avanti con AzzeroCO2 ne sono la prova concreta. Le direttrici di innovazione, rigenerazione e cooperazione che le guidano rappresentano la strada maestra per accelerare la transizione ecologica del nostro Paese. Abbiamo infatti compreso sul campo che le due giustizie, ambientale e sociale, sono inscindibili. Per questo, il nostro agire punta a investire sulla resilienza complessiva, riconoscendo nella salute degli ecosistemi e nella coesione delle comunità le fondamenta del nostro futuro» ha dichiarato Stefano Ciafani, Presidente di Legambiente.
«Il nostro ruolo non è portare soluzioni calate dall’alto – ha concluso Barbara Meggetto, Presidente di Legambiente Lombardia – ma essere alleati dei territori. Questo significa affiancarli e costruire insieme risposte concrete che nascono dall’ascolto e sono modellate sulle esigenze specifiche di ogni contesto. È proprio questa vicinanza la chiave dell’efficacia di ogni progetto, perché garantisce che l’impatto generato metta radici profonde, agendo sulle cause e non solo sui sintomi, diventando così un vero atto di cura e di sviluppo».
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