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Sostenibilità

Le spiagge italiane invase dagli stabilimenti balneari

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Secondo il report “Spiagge 2020”, realizzato da Legambiente almeno il 42% delle coste sabbiose è occupato da stabilimenti balneari. In Liguria ed Emilia-Romagna quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari, in Campania è il 67,7%, nelle Marche il 61,8%. I dati sono molto diversi tra le Regioni e occorre anche considerare la conformazione di alcune di queste. In Veneto, per esempio, l’espansione è limitata dalla grande area del delta del fiume Po, mentre in Liguria incide la morfologia della costa.

Trovare un posto libero dove prendere il sole liberamente e gratuitamente è sempre più difficile. Aumentano, infatti, le concessioni balneari, che a oggi interessano oltre il 50% delle spiagge italiane, inoltre 8% di costa non balneabile perché il mare è inquinato. A dirlo è il nuovo rapporto Spiagge di Legambiente, che come ogni anno fotografa la situazione e i cambiamenti in corso nelle aree costiere del Belpaese, insieme a Goletta Verde storica campagna dell’associazione ambientalista che monitora la qualità delle acque del mare.

Legambiente ha messo assieme i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di Regioni e Comuni, e analizzato foto aeree per stilare una classifica dei primi dieci Comuni costieri con la maggiore occupazione di spiagge in concessione, nella quale figurano Alassio (SV), Jesolo (VE), Forte dei Marmi (LU), Rimini, Lido di Ostia (Roma), San Benedetto del Tronto (AP), Alba Adriatica (TE), Pozzuoli (NA), Giardini Naxos (ME) e Mondello (Palermo). Lungo lo Stivale si registra una situazione composita, ma nel complesso decisamente allarmante per chilometri sottratti alla libera fruizione.

E laddove non si osserva un incremento delle concessioni, il motivo è da ricercare nella mancanza di spiagge libere, come in Versilia o in Romagna, dove meno del 10% dei litorali è spiaggia libera, un risultato che è però spesso la somma di corridoi tra gli stabilimenti e di zone in cui è vietata la balneazione. Il record a Forte dei Marmi, dove lungo 4,7 km di linea costiera si contano 125 stabilimenti, per un’occupazione del 93,7% della costa. Mentre in Liguria ed Emilia-Romagna quasi il 70% è occupato da stabilimenti balneari, in Campania il 67,7%, nelle Marche il 61,8%. Preoccupa la situazione in Sicilia, dove la percentuale di spiagge in concessione è più bassa che in altre regioni, ma nel 2019 sono state presentate oltre 600 richieste di nuovi stabilimenti. A confermare la necessità di controlli sono le alcune situazioni di illegalità come a Ostia o Pozzuoli, dove muri e barriere impediscono vista e accesso al mare.

Oltre la spiaggia, il mare. Dove però non sempre è facile fare un bagno in tratti di costa puliti, come emerge dai dati 2020 del portale Acque del Ministero della Salute, elaborati da Legambiente. Il 7,8% dei tratti sabbiosi in Italia – tra chilometri di costa interdetti e abbandonati, per oltre 259 chilometri – è sottratto alla balneazione per ragioni di inquinamento, in special modo in Sicilia, Calabria e Campania che in totale contano circa 73,5 km sui 90 interdetti a livello nazionale; mentre sono complessivamente 169,04 i chilometri di costa “abbandonati” in tutta Italia. Il risultato è che la spiaggia libera e balneabile nel nostro Paese si riduce mediamente al 40%, ma con grandi differenze tra le Regioni.

Mentre l’attenzione si concentra su ombrelloni e stabilimenti, a dover preoccupare è la scomparsa delle spiagge per l’aggressione dell’erosione costiera. Dal 1970 i tratti di litorale soggetti a erosione sono triplicati e oggi ne soffre il 46% delle coste sabbiose, con tendenze molto diverse tra le regioni e picchi del 60% e oltre in Abruzzo, Sicilia e Calabria. In media è come se avessimo perso 23 metri di profondità di spiaggia per tutti i 1.750 km di litorale in erosione. Se i dati sono inequivocabili a preoccupare è quanto potrà avvenire in uno scenario di cambiamenti climatici e innalzamento del livello del mare come quello in atto, con 40 ambiti costieri a rischio di inondazione secondo gli scenari elaborati da Enea. Intanto aumentano i danni economici nei prossimi anni rischiano di essere davvero rilevanti. Se ne sono accorti a Milano Marittima la scorsa estate, quando una tromba d’aria ha provocato danni stimati per la sola parte pubblica a 2 milioni di euro. Mentre secondo l’UE l’impatto sulle coste europee di questi fenomeni ha provocato danni pari a 7 miliardi di euro all’anno, ma che, si stima, passeranno a 20 miliardi di euro all’anno nei prossimi anni, con una popolazione colpita pari a 10 milioni di europei.

Le notizie positive vengono dalla crescita di stabilimenti che puntano su un’offerta green e di qualità. Tantissimi, e molti nuovi, quelli raccontati nel rapporto che hanno scelto di diventare “plastic free”, di investire sul solare, salvaguardare le dune, valorizzare prodotti a km zero, prevedere spazi ad hoc per chi si muove in bici o con mezzi di mobilità elettrica, utilizzare legno e altri materiali naturali e leggeri per le strutture, consentendo la vista del mare senza barriere e la convivenza tra parti libere e in concessione.

“Le spiagge rappresentano una straordinaria risorsa del nostro Paese, sia in chiave ambientale che turistica, – dichiara Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente – ma anche spazi vissuti da milioni di persone per diversi mesi all’anno. Eppure se ne parla solo per le polemiche, in primis la Bolkestein, senza che vi sia un dibattito all’altezza di queste sfide. Per farlo, serve alzare il livello del confronto ed entrare nel merito delle questioni coinvolgendo tutti gli attori in campo, nessuno escluso. La sfida che vogliamo lanciare ai Comuni costieri, ai balneari, al Governo è di aprire un confronto sul futuro delle spiagge italiane: se entriamo infatti nel merito delle questioni diventa possibile trovare soluzioni di qualità, interesse generale e innovative. È un obiettivo condiviso che vi siano maggiori e più efficaci controlli rispetto alle trasformazioni in corso lungo le coste italiane, per trovare regole capaci di migliorare e diversificare l’offerta, di affrontare questioni ambientali, come l’erosione, che si aggraveranno in una prospettiva di cambiamenti climatici”.

Di queste sfide dovremmo occuparci e invece l’unico tema di discussione e intervento normativo sulle spiagge negli ultimi 14 anni ha riguardato la proroga senza gara delle concessioni balneari: ultima, in ordine di tempo, quella approvata nella Legge di Bilancio 2019 e nel recente Decreto Rilancio che le estende fino al 2033, nonostante già nel 2009 l’Ue abbia avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia chiedendo la loro messa a gara, visto che la Direttiva Bolkestein del 2006 prevede la possibilità anche per operatori di altri Paesi Ue di partecipare ai bandi pubblici per l’assegnazione. Del resto che siano una risorsa limitata, e quindi da gestire con trasparenza e attenzione, lo confermano i numeri sempre più limitati di spiagge rimaste libere. Eppure sono proprio le storie positive e negative, come i numeri evidenziati nel rapporto, a dover spingere la politica all’approvazione di una Legge di riordino delle coste che affronti non solo il tema concessioni, ma che dia una prospettiva per valorizzare il patrimonio ambientale e per affrontare i problemi di inquinamento dei mari e erosione costiera.

Nervo scoperto rimane il tema dei canoni pagati per le concessioni. Perché di sicuro sono troppo bassi, con entrate per lo Stato di 103 milioni di euro secondo gli ultimi dati del 2016 a fronte di un giro di affari miliardario. Ma anche qui bisogna distinguere, perché tra i 10.812 stabilimenti balneari in Italia troviamo realtà di enorme successo ma anche concessioni fuori dai circuiti turistici principali, dove per poche settimane all’anno si riempiono gli ombrelloniin realtà degradate da inquinamento e abusivismo edilizio. È evidente che ci sono situazioni scandalose – come i noti Papeete beach di Milano Marittima, di proprietà dell’europarlamentare Massimo Casanova, che paga 10 mila euro di canone annuo a fronte di un fatturato di 700 mila euro o il Twiga di Marina di Pietrasanta (LU), di Flavio Briatore che ha un fatturato annuo da 4 milioni di euro ma paga un canone di 16 mila – ma nella revisione dei canoni bisognerà tenere conto di queste differenze.

Nell’estate del Covid aumentano invece, in maniera più o meno significativa, i costi medi per una giornata in spiaggia per le famiglie italiane, già messe a dura prova dalla situazione economica attuale, come evidenziano gli studi Ircaf e Altroconsumo presi in considerazione da Legambiente.

Un tema politico evidente riguarda la quantità di spiagge date in concessione, ricorda ancora l’associazione, siamo l’unica nazione europea infatti a non porre alcun limite lasciando questa scelta alle Regioni, e sono finora poche ad averlo applicato. Tra le più virtuose Puglia, Sardegna e Lazio, dove la quota minima di spiagge da garantire alla libera fruizione (o libera fruizione attrezzata) è regolamentata e fissata tra il 60-50%. Continuano a essere cinque, invece, le regioni prive di norme che specifichino una percentuale minima da destinare alle spiagge libere: Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il problema, tuttavia, riguarda nei fatti il rispetto dei limiti di legge da parte dei singoli Comuni, anche nelle Regioni che si sono dotate di norme.

Una novità dell’ultimo anno, è la crescita dell’attenzione dei cittadini sul tema – con gruppi di cittadini che si organizzano per difendere tratti di costa minacciati – tanto che è stato fondato un Coordinamento nazionale Mare Libero e quest’estate sono stati organizzati blitz contro la privatizzazione delle spiagge a Massa, Napoli e Mondello; dall’altro, la riconquista di diverse spiagge libere, da Fiumicino alla Calabria, da Lecce ad Agrigento, con l’abbattimento di stabilimenti con concessioni scadute o in stato d’abbandono.

Sempre più ricco il racconto di esperienze di gestione di qualità nel rapporto di Legambiente. Tra le buone pratiche dell’estate 2020, Legambiente segnala in particolare le spiagge accessibili e “smoke free” a Bibione (Veneto), dove sono state installate isole per fumatori, attrezzate con tavoli e sedute costruite con il legno degli alberi caduti durante la tempesta Vaia, e vengono garantiti ampi spazi destinati alla spiaggia libera, pulita dai concessionari, oltre che l’utilizzo gratuito dei servizi degli stabilimenti (bagni, docce, fontanelle) e un lungomare interamente ciclabile e pedonale; il progetto nazionale della Fondazione Cesare Serono, la prima in Italia a effettuare una mappatura multimediale delle spiagge accessibili ai disabili, iniziativa di cui Legambiente è partner e che mette a disposizione, per ogni lido, video e scheda riassuntiva; il Bagno Sport 70 di Cesenatico (Emilia-Romagna), capofila nella lotta all’uso della plastica con il progetto “Bevi responsabilmente” premiato da Goletta Verde 2020: lo stabilimento ha introdotto un punto di distribuzione di bevande alla spina in spiaggia e consegna a ogni cliente una borraccia termica in acciaio, prevedendo per l’intera stagione un risparmio di circa 20 mila bottiglie di plastica. E ancora, le spiagge pet-friendly, che ammettono animali domestici e offrono servizi loro dedicati, come la BAUBEACH® a Maccarese (RM), che crea spazi vivibili per persone accompagnate da cani; la Dog Beach di San Vincenzo (LI) con servizi specifici destinati al migliore amico dell’uomo che includono docce, educatori cinofili, negozio specializzato, ristoranti pet-friendly e un parco naturale alle spalle del lido; la spiaggia di Pluto, sempre a Bibbione, la più grande d’Italia ad accogliere i cani, dotata di aree recintate private, ciotola d’acqua per ogni lettino, eventi con istruttori cinofili qualificati e il Bagno 81 di Rimini che offre box recintati, aree agility dog e sgambamento, fontanelle per cani. Infine, il Parco Regionale Isola di S. Andrea e Litorale di Punta Pizzo (Puglia), dove la conservazione dell’area è stata affidata a Legambiente Gallipoli che si occupa della realizzazione della Carta aggiornata degli Habitat, di individuare con criteri ecocompatibili aree adibite a parcheggio temporaneo al servizio di attività turistico-ricreativo-costiere, della pulizia, della posidonia spiaggiata, delle aree umide del canale dei Samari e dello stato di salute di alcune specie animali.

“Il rapporto racconta straordinarie storie d’innovazione e problemi aperti di cui dobbiamo occuaparci: una convivenza che pesa come un macigno sul futuro di tanti territori e sulla capacità di trasformare le conseguenze dei cambiamenti climatici in una sfida di riqualificazione – dichiara Sebastiano Venneri, responsabile turismo di Legambiente – Non possiamo più permettercelo, perché ogni anno scompaiono chilometri di spiagge per l’erosione costiera e perché insieme al sistema di porti, città e borghi marinari, aree protette, rappresenta una risorsa chiave per il rilancio del Paese, che potrebbe rafforzarsi grazie anche a un’offerta più qualificata e diversificata per aree e stagionalità. L’errore da non commettere è continuare ad affrontare separatamente questioni che necessitano di politiche integrate e di programmazione degli interventi di recupero, di un turismo sostenibile e accessibile, di regole trasparenti e dell’isolamento per chi non le rispetta”.

Le priorità per Legambiente di una Legge di riordino delle spiagge. 1 Garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge, fissando limiti alla percentuale data in concessione e una quota prevalente di spiagge libera per ogni Comune, ma anche spingendo verso forme di concessione più leggere; 2 premiare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione, coloro cioè che puntano su una logica ambientale sempre più integrata con il territorio e su imprese locali e familiari capaci di garantire l’occupazione; 3 canoni adeguati con risorse da utilizzare per riqualificare il patrimonio naturale, con una parte degli stessi che rimanga ai Comuni, così come chiesto anche dai balneari; 4 una strategia nazionale per erosione, inquinamento e adattamento al clima, che riguardi tutti gli 8 mila chilometri di coste italiane, la metà dei quali soggetti a erosione, e la garanzia del diritto a un mare pulito, restituendo alla balneazione acque soggette a cattiva depurazione o non più campionate.


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Ambiente

La storia del disastro della diossina alla Icmesa di seveso

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Il 10 luglio 1976 è una data spartiacque nella storia ambientale del Novecento. Quel giorno, alle ore 12:28, un boato rompe la quiete della frazione di San Giuseppe a Meda, al confine con il comune di Seveso, nella laboriosa e densamente popolata Brianza. Dall’azienda chimica Icmesa (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), controllata dalla multinazionale svizzera Givaudan (a sua volta di proprietà del colosso farmaceutico Roche), si sprigiona una nube bianca, opaca e dall’odore dolciastro.

Quella nube viaggia spinta dal vento verso sud, adagiandosi sui campi, sulle case e sulle persone. Contiene un veleno letale e invisibile: la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente nota da allora come diossina. Sarà il primo disastro industriale italiano a risonanza mondiale, una tragedia che cambierà per sempre la percezione del rischio ecologico e la legislazione europea sulla sicurezza chimica.

1. L’incidente: la reazione fuori controllo

L’Icmesa produceva fegato di zolfo e vari composti chimici, tra cui il 2,4,5-triclorofenolo, un intermedio necessario per la fabbricazione di disinfettanti e del famigerato diserbante “Agente Arancio” (utilizzato dagli americani nella guerra del Vietnam).

Il disastro si consuma nel weekend di chiusura della fabbrica. Durante le fasi di spegnimento dell’impianto, a causa di una serie di negligenze tecniche e della mancanza di un sistema di raffreddamento automatico del reattore A101, la temperatura interna sale ben oltre i limiti di sicurezza (raggiungendo i 230°C). La pressione interna fa saltare la valvola di sicurezza: circa 3.000 kg di sostanze chimiche vengono scaricati nell’atmosfera. Tra questi, si stima vi fossero tra i 15 e i 18 kg di pura diossina, una quantità enorme se si considera che la TCDD è tossica a livelli di parti per miliardo.

2. L’omertà e il ritardo dei soccorsi

La gravità del disastro di Seveso viene amplificata dal silenzio criminale dei vertici dell’azienda. Nei primi giorni successivi al 10 luglio, la direzione dell’Icmesa minimizza l’evento, parlando genericamente di una “nube di diserbante” e rassicurando le autorità locali sul fatto che non vi fossero pericoli per la salute umana.

Mentre i vertici tacciono per non compromettere il titolo in borsa e l’immagine della casa madre, la natura inizia a presentare il conto:

  • Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono.
  • Migliaia di piccoli animali domestici e d’allevamento (conigli, galline, gatti) muoiono improvvisamente nei cortili.
  • Sulla pelle dei bambini che hanno giocato all’aperto iniziano a comparire piaghe dolorose, pustole e rigonfiamenti: è la cloracne, la manifestazione cutanea dell’avvelenamento da diossina.

Solo il 14 luglio (quattro giorni dopo) l’azienda ammette la presenza di diossina, e la conferma ufficiale alle autorità italiane arriverà addirittura il 19 luglio, nove giorni dopo l’esplosione.

3. La mappa del veleno e le evacuazioni

Il territorio viene mappato e diviso in tre zone a seconda del grado di contaminazione del suolo:

  • Zona A: L’epicentro del disastro (tra Meda e Seveso), l’area più colpita. Viene completamente evacuata. Circa 730 persone devono abbandonare le proprie case, recintate dal filo spinato e presidiate dall’esercito.
  • Zona B: Area a media contaminazione (comprendente anche i comuni di Cesano Maderno e Desio). Viene imposto il divieto di coltivazione, l’abbattimento del bestiame e speciali norme igieniche (come il divieto di gravidanza per le donne).
  • Zona R (di Rispetto): Area a bassa contaminazione dove vigevano divieti precauzionali.

In totale, oltre 100.000 persone subiscono le conseguenze e le restrizioni del disastro. Per contenere l’epidemia e la diffusione del veleno nella catena alimentare, verranno abbattuti e inceneriti oltre 80.000 animali.

4. Il dramma dell’aborto terapeutico

Il disastro di Seveso solleva una violentissima tempesta etica e politica nell’Italia del 1976. Gli scienziati temono che l’esposizione alla diossina provochi mostruose malformazioni fetali. In quel momento, l’aborto in Italia è ancora illegale (la legge 194 nascerà solo nel 1978).

Il governo guidato da Giulio Andreotti, d’intesa con la magistratura, concede una deroga straordinaria per consentire l’aborto terapeutico alle donne incinte della zona contaminata. Questa decisione spacca il Paese: da una parte il mondo laico e scientifico che difende il diritto alla salute delle madri, dall’altra il Vaticano e le forze cattoliche oltranziste, che si oppongono fermamente, offrendo assistenza finanziaria e adozioni pur di evitare le interruzioni di gravidanza. Molte donne di Seveso vivono settimane di drammatica solitudine, divise tra la paura del “mostro” in grembo e la forte pressione sociale e religiosa della comunità brianzola.

5. La bonifica e la nascita del Bosco delle Querce

I processi penali si concludono anni dopo con la condanna di alcuni dirigenti dell’Icmesa e della Givaudan, e la multinazionale svizzera accetta di risarcire lo Stato italiano e la Regione Lombardia con decine di miliardi di lire.

La bonifica della Zona A si protrae per anni ed è un’operazione ingegneristica senza precedenti. Le case infette vengono abbattute, lo strato superficiale del terreno viene rimosso per una profondità di decine di centimetri. Tutto il materiale altamente contaminato viene sigillato in due enormi vasche di contenimento stagno sotterranee a Seveso e Meda.

Sopra la vasca principale di Seveso, per seppellire simbolicamente il cemento e il veleno, negli anni ’80 è stato piantato il Bosco delle Querce: un grande parco naturale pubblico che oggi sorge laddove c’erano le case della Zona A, un polmone verde nato dalle ceneri di un deserto chimico per fungere da memoria perenne.

L’eredità di Seveso: la Direttiva Europea

Il disastro di Seveso ha cambiato la storia della sicurezza industriale nel mondo. Nel 1982, l’Unione Europea (allora CEE) ha emanato la storica “Direttiva Seveso” (Direttiva 82/501/CEE), una legge pionieristica che impone a tutti gli Stati membri di censire i siti industriali a rischio di incidenti rilevanti, obbligando le aziende a informare preventivamente la popolazione circostante e a predisporre piani di emergenza d’intesa con le autorità pubbliche.

Seveso non è stata solo una tragedia locale, ma il doloroso campanello d’allarme che ha costretto l’Occidente a comprendere che il progresso industriale non può prescindere dalla tutela della salute e dell’ambiente.


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Sostenibilità

I 16 progetti finanziati del Comune di Torino nell’ambito dell’Avviso pubblico Cultura e imprenditorialità incardinate nell’economia circolare e nel tessuto urbano

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La Città di Torino ha approvato il finanziamento di 16 progetti nell’ambito dell’Avviso pubblico “Cultura e imprenditorialità incardinate nell’economia circolare e nel tessuto urbano”, finanziato dal PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 Priorità 2, Azione 2.2.6.1 “Infrastrutture, impianti, soluzioni e pratiche per l’economia circolare in contesto urbano”.
L’Avviso ha raccolto complessivamente 47 candidature presentate da imprese, enti e organizzazioni del Terzo Settore, coinvolgendo oltre 100 soggetti tra capofila e partner. Le proposte spaziano dal tessile circolare agli hub di riparazione e riuso, dal compostaggio di comunità alla filiera del legno, dal recupero delle eccedenze alimentari alla valorizzazione degli scarti, fino al packaging riutilizzabile, alla logistica inversa e ai servizi di prossimità.

L’Avviso consentirà di assegnare contributi per 1.733.965,28 euro a sostegno di 16 progetti, finanziati fino all’80% delle spese ammissibili, con contributi compresi tra 70.000 e 120.000 euro per ciascuna iniziativa. L’investimento pubblico attiverà inoltre un cofinanziamento privato di circa 433.491,32 euro, mobilitando risorse complessive per oltre 2,16 milioni di euro e generando un significativo effetto leva sul territorio.

La partecipazione ha coinvolto sia il mondo imprenditoriale sia quello non profit: 19 candidature sono state presentate da imprese e 28 da enti del Terzo Settore. 34 progetti sono stati candidati in partenariato, di cui 14 attraverso alleanze tra soggetti profit e non profit, a testimonianza di come la transizione circolare richieda competenze integrate e reti territoriali sempre più solide.

I progetti candidati si sono distribuiti sui tre assi dell’Avviso: 30 proposte hanno riguardato la creazione e il rafforzamento di filiere urbane circolari, 9 lo sviluppo di infrastrutture locali per il riuso, la riparazione e la differenziazione dei rifiuti e 8 soluzioni basate su design circolare, eco-progettazione e input circolari.
Gli interventi interesseranno numerosi quartieri cittadini, tra cui Borgo Vittoria, Barriera di Milano, Docks Dora, via Baltea, via Arbe, Cascina Falchera e gli orti urbani della Circoscrizione 6, alternando iniziative fortemente radicate nei territori ad azioni diffuse su scala cittadina.
Accanto alla realizzazione delle singole iniziative sarà sviluppato un percorso di animazione territoriale per far crescere una comunità urbana dell’economia circolare, aperta a cittadini, associazioni e realtà interessate, attraverso workshop, incontri pubblici e attività di sensibilizzazione. https://torinocitylab.it/avviso-pubblico-economia-circolare/
I PROGETTI FINANZIATI
1. Tornabuono
Un progetto dedicato alla filiera circolare del cibo, che mette a sistema il recupero quotidiano delle eccedenze alimentari, la trasformazione dell’ortofrutta in prodotti a lunga conservazione e l’attivazione di una mensa solidale, con attenzione anche all’inclusione lavorativa e all’empowerment femminile.
Capofila: Eco delle Città. Partner: Alma Terra APS; Meeting Service Catering – Fonderie Ozanam Coop.
 
2. Giungla Domestica
Negli spazi del rooftop del MUFANT, a Borgo Vittoria, nascerà un hub produttivo e civico dedicato al riuso creativo, con una linea di arredi per il gardening realizzati da materiali di scarto e un laboratorio sociale artigiano di falegnameria e carpenteria.
Capofila: Fondazione MUFANT. Partner: Vivai Giani; Giardino Forbito APS; Polaris S.r.l. Impresa Sociale.
3. RiTessiAMO
Il progetto rafforza la filiera locale del tessile circolare, potenziando la raccolta e la gestione di tessili pre e post consumo, l’upcycling sartoriale e il riciclo fiber-to-fiber, con attività di sensibilizzazione sul consumo responsabile nella moda.
Capofila: Atelier Riforma S.r.l. Partner: ODV Società di San Vincenzo de Paoli; DBT Fiber S.p.A.
4. Cartiera Made in Torino
Porta a Torino l’esperienza di Cartiera, laboratorio di moda etica nato a Bologna, per trasformare scarti di pellame pre-consumo in accessori, creando una filiera urbana corta e tracciabile e percorsi formativi e occupazionali per persone in condizione di svantaggio.
Capofila: Abantu ETS. Partner: Colorivivi S.r.l. Impresa Sociale.
5. T.E.R.R.A. – Trasformazione Ecologica dei Rifiuti Organici in Risorsa Agronomica
Sistema di compostaggio di comunità negli orti urbani della Circoscrizione 6.
Capofila: R.E.T.E. ONG. Partner: LIMEN – Società Cooperativa Agricola Sociale; Fiësca Verd APS; Ortika ODV.
6. Secondo Tempo
Hub dedicato alla riparazione e all’upcycling di attrezzature sportive e outdoor.
Capofila: Action Directe. Partner: Recrea S.R.L.; Workless SNC di Alvise Mutterle e C.; Protect our Winters Italy ODV; Eurema Lab S.R.L.
7. Anatra Zoppa Eco Hub
Community hub che integra economia circolare, inclusione sociale e servizi di prossimità.

Capofila: Arci Torino APS. Parter: Orti Alti ETS; Agenzia per lo Sviluppo Locali di San Salvario; ASD Anemos Itinerari del Vento Aps

8. INPUT
Sistema di raccolta selettiva di prossimità per RAEE destinati al riuso.
Beneficiario: Triciclo S.c.s.

9. Legno Urbano Circolare

Filiera di prossimità per valorizzare il legno proveniente dagli alberi urbani.

Capofila: Cooperativa Agriforest S.C.  Partner: M.G.R. SRL; Cooperativa Sociale ECOSOL.

10. POST – da qualche parte tra PO e Stura
“Fixing Factory” dedicata alla riparazione comunitaria e al riuso.
Capofila: Sumisura Società Cooperativa. Partner: Associazione POST; Leila Bologna – La biblioteca degli oggetti APS; Su Misura APS.

11. RILAVA-TO

Sistema di noleggio, lavaggio e riutilizzo di stoviglie e contenitori per eventi.
Capofila: Esserci S.C.S. Partner: Arounds srl – Società Benefit; Mercato Itinerante S.R.L.

12. CineRiuso

Magazzino virtuale per il riuso dei beni del settore cinematografico.
Capofila: Associazione Microlab ODV. Partner: Zero Emissione nette 2030 S.R.L.; Cinefonie S.C.A.R.L.

 

13. Fare la Differenza – Presìdi di prossimità per l’economia circolare

Infrastrutture civiche dedicate alla prevenzione dei rifiuti.

Capofila: Valpiana S.C.S. Partner: Orti Generali impresa sociale; Babelica A.p.s.

14. RigeneraTO – Recuperare per la comunità

Rigenerazione di arredi destinati alla comunità.

Capofila: Gruppo Arco S.C.S. Partner: Artes aps.

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Sostenibilità

Giugno è stato il mese più caldo nella storia dell’Europa: con picchi oltre i 40 gradi

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Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale, superando quello dello scorso anno e il secondo più caldo a livello europeo e globale.

Questi sono i dati che il Copernicus Climate Change Service  ha pubblicato il suo ultimo bollettino climatico mensile, incentrato sulle principali tendenze climatiche di giugno 2026.

Il bollettino riporta che giugno 2026 è stato il secondo giugno più caldo a livello globale. La temperatura media globale dell’aria superficiale è stata di 16,54°C, ovvero 1,39°C al di sopra del livello preindustriale stimato (1850-1900).

Un’intensa ondata di calore ha colpito gran parte dell’Europa occidentale e centrale durante la seconda metà del mese, superando in diversi Paesi molti record di temperatura massima giornaliera per il mese di giugno e, in alcuni casi, record assoluti. L’Europa occidentale, la regione più colpita dall’ondata di caldo, ha registrato il suo giugno più caldo mai documentato, con una temperatura media di 20,74°C. Questo valore è superiore di 3,05°C rispetto alla media di giugno del periodo 1991-2020, superando il precedente record stabilito a giugno 2025.

Questa visualizzazione dei dati, basata sulle rilevazioni del C3S, mostra le anomalie della temperatura media dell’aria superficiale in alcune parti dell’Europa centrale e occidentale dal 18 al 30 giugno. La mappa mostra marcate anomalie termiche nell’Europa occidentale, con condizioni più calde della media che hanno raggiunto picchi di +9°C in Francia e Germania,


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