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Europa nello spazio: ognuno per sé

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Europa nello spazio: ogni paese per sé

In due giorni, Francia e Regno Unito hanno firmato accordi separati con un’azienda americana per volare su una stazione spaziale privata. L’ESA c’era, ma non guidava.

Il primo giugno 2026, al summit “Choose France” voluto da Emmanuel Macron, il CEO di Vast Max Haot ha annunciato che il quartier generale europeo della sua azienda sarà a Parigi. Un giorno dopo, la UK Space Agency ha firmato il proprio accordo con la stessa Vast. Due paesi del vecchio continente, due accordi bilaterali a quarantotto ore di distanza. E, dettaglio che ha quasi dello sconcertante, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) presente in sala ma non al tavolo delle trattative.

Per capire perché questa sequenza di notizie sia più importante di quanto sembri, bisogna fare un piccolo passo indietro.

Chi è Vast?  Cosa sta costruendo?

Vast è una startup californiana fondata con un obiettivo preciso, ossia costruire la prima stazione spaziale commerciale della storia. Non si tratta di un mero modulo aggiuntivo alla Stazione Spaziale Internazionale, bensì di un’infrastruttura autonoma, in orbita bassa, aperta a governi, aziende e ricercatori che vogliono condurre esperimenti in microgravità senza dipendere dai lunghi e costosi cicli burocratici delle agenzie spaziali tradizionali.

La stazione che si chiamerà Haven-1, è attualmente in fase di integrazione a Long Beach, in California, e dovrebbe essere lanciata nel 2027 su un razzo Falcon 9 di SpaceX. Sarà, almeno nelle intenzioni, il primo avamposto commerciale permanente dell’umanità in orbita terrestre.

La mossa della Francia: strategia chiara per battere la concorrenza continentale

L’accordo francese prevede due missioni con due astronauti: Thomas Pesquet, il più famoso astronauta europeo in attività, volerà come comandante della sesta missione privata alla Stazione Spaziale Internazionale. Arnaud Prost, astronauta di riserva dell’ESA selezionato nel 2022, sarà il flight test engineer sul primo volo con equipaggio di Haven-1, quello che tecnicamente servirà a collaudare la stazione prima di aprirla alle missioni scientifiche.

Entrambe le missioni sono previste per il 2027, dureranno circa due settimane e prevedono il trasporto grazie alla capsula Crew Dragon di SpaceX.

Sulla carta sembra un accordo di volo. La realtà dei fatti invece suggerisce qualcosa di più profondo ed articolato. La Francia andrà ad ottenere una continuità nel volo umano in un momento in cui la Stazione Spaziale Internazionale si avvicina alla dismissione (prevista intorno al 2030) e non esiste ancora una risposta europea consolidata a cosa verrà dopo. Inoltre, ottiene visibilità geopolitica come primo paese del continente a entrare nell’era delle stazioni commerciali. Ottiene posizionamento industriale, perché il CNES, l’agenzia spaziale francese, diventerà il polo operativo per gli esperimenti scientifici imbarcati sulle missioni. E ottiene, in cambio, la sede europea di Vast a Parigi.

Nella foto ufficiale del summit si deve notare che c’è anche Josef Aschbacher, il Direttore Generale dell’ESA. La sua presenza è significativa in modo sottile: l’ESA non può restare fuori da questa storia, ma non la sta guidando. Si limita, in un certo senso, ad accompagnarla.

Il caso britannico: storia vera, struttura fragile

L’accordo del UK Space Agency è diverso nella sostanza, anche se simile nella forma. John McFall, chirurgo del sistema sanitario nazionale britannico (NHS), ex velocista paralimpico alle Olimpiadi di Pechino 2008, amputato a una gamba in seguito a un incidente motociclistico a diciannove anni, potrebbe diventare la prima persona con una disabilità fisica a vivere in orbita.

Potrebbe. Il condizionale in questo caso è molto importante.

Il Memorandum of Understanding firmato tra il governo britannico e Vast non è un contratto di volo. È un accordo quadro con cui la UK Space Agency si impegna ad aiutare Vast a trovare sponsor privati che finanzino la missione. Se i fondi arriveranno, allora McFall volerà nello spazio. In caso contrario, la storia resterà una bella intenzione.

Non è la prima volta che il governo britannico percorre questa strada. Nel 2023 era stato firmato un accordo simile con Axiom Space, un’altra azienda americana del settore spaziale che sta sviluppando una propria stazione commerciale, per mandare un astronauta britannico in orbita a bordo della ISS. Da quella firma in poi, le notizie pubbliche sono state oggettivamente pochissime.

Detto questo, la narrativa che circonda McFall è straordinariamente potente. La ricerca scientifica che condurrebbe su Haven-1, come ad esempio studi sull’adattamento muscolo-scheletrico in microgravità, comportamento delle protesi nello spazio, equilibrio e movimento in assenza di gravità, non è simbolica. Ha applicazioni concrete per milioni di persone sulla Terra. E una storia del genere, con il giusto sponsor, ha la forza appropriata per raccogliere i fondi.

Il vero nodo: l’Europa arriva alla post-ISS senza una strategia comune

Le due notizie, prese insieme, dicono qualcosa di più grande delle singole missioni. Dicono che la transizione verso le stazioni spaziali commerciali americane sta avvenendo per traiettorie nazionali, non europee.

La Francia ha dimostrato di voler negoziare il proprio ruolo da sola. Il Regno Unito in un modo non dissimile, anche. L’Italia, che pure ha un ruolo industriale rilevante nel settore (Thales Alenia Space costruisce moduli per diverse stazioni, compresa quella di Axiom), non è ancora apparsa in questo ciclo di accordi. La Germania, che contribuisce in modo determinante al budget ESA, non ha ancora mosso una pedina visibile nel segmento commerciale LEO.

Il rischio concreto è che l’Europa arrivi all’era post-ISS con cinque o sei accordi bilaterali scoordinati invece di una posizione comune. Ogni paese si compra un sedile, porta i propri esperimenti, celebra il proprio astronauta nazionale, ma nessuno decide insieme cosa vuole fare l’Europa nello spazio nei prossimi vent’anni.

Per l’ESA questo è un momento delicato. L’agenzia ha investito risorse e credibilità politica nel progetto Lunar Gateway, la stazione orbitale attorno alla Luna che fa parte del programma Artemis della NASA. È stata una scommessa di lungo periodo, ambiziosa, tecnologicamente stimolante che però con l’isterismo dei cambi al programma Artemis dettati dalla nuova amministrazione potrebbe essersi rivelata un flop. Inoltre, nell’immediato, nell’orbita bassa terrestre dove si svolge la maggior parte della ricerca applicata e della presenza umana nello spazio, il terreno si sta organizzando intorno a logiche commerciali americane a cui l’ESA non ha ancora risposto in modo coordinato.

Il paradosso è che gli astronauti europei ci sono, sono ben addestrati, godono di reputazione internazionale di livello altissimo. Pesquet è forse il comunicatore scientifico più efficace che il mondo dello spazio abbia avuto negli ultimi vent’anni. McFall porta una storia che attraversa barriere culturali e disciplinari. Prost dal canto suo ha un profilo tecnico e militare di alto livello. Ma vengono mandati in orbita da accordi nazionali, su stazioni americane, con denari o francesi o da raccogliere tramite sponsor. L’ESA li forma, li certifica, ma poi rischia di non usarli, prestandoli al settore privato con logiche del tutto nazionali e non continentali.

Settembre sarà il banco di prova

Macron ha annunciato per il 9 e 10 settembre 2026 L’International Space Summit a Parigi. Sarà lì che molti dei dettagli di queste missioni verranno definiti pubblicamente. Ma soprattutto sarà lì che si vedrà se l’Europa è in grado di presentarsi come attore collettivo o se ogni delegazione nazionale arriverà con il proprio accordo bilaterale già firmato.

La Stazione Spaziale Internazionale ha tenuto insieme, per trent’anni, una coalizione che si potrebbe definire quasi improbabile di paesi con interessi divergenti, attraverso crisi politiche, tensioni diplomatiche e cambi di governo. È stata, tra le altre cose, un esercizio straordinario di cooperazione istituzionale. La Haven-1, e le stazioni commerciali che verranno, non hanno ancora quella architettura di governance. Forse non ne avranno bisogno perchè il mercato funziona meglio della diplomazia in taluni casi.

Ma per l’Europa, abituata a costruire il suo peso nello spazio attraverso la cooperazione multilaterale, la risposta a quella domanda non è ancora arrivata.


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Il Ministro dell’Università e della Ricerca ha visitato lo Stellar Hub di Space Industries a Settimo Torinese

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Il Ministro dell’Università e della Ricerca, Sen. Anna Maria Bernini, ha visitato lo Stellar Hub di Space Industries, il nuovo impianto industriale alle porte di Torino dedicato all’assemblaggio, all’integrazione e ai test di satelliti.
Ad accoglierla al suo arrivo presso lo stabilimento sono stati il CEO di Space Industries, Giuseppe Santangelo, e la Sindaca di Settimo Torinese, Elena Piastra. Alla visita hanno preso parte anche il Sottosegretario alla Presidenza della Regione Piemonte, Claudia Porchietto, l’Assessore regionale alle Attività produttive e all’Internazionalizzazione, Andrea Tronzano, la Vicesindaca della Città di Torino, Michela Favaro, il Rettore del Politecnico di Torino, prof. Stefano Corgnati, e la Rettrice dell’Università degli Studi di Torino, prof.ssa Cristina Prandi. Oltre a loro, anche l’ing. Augusto Cramarossa, dell’Agenzia Spaziale Italiana e il dr. Giovanni Ambrosi, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

La visita è iniziata con un percorso all’interno delle aree produttive dello Stellar Hub — il nome con cui è stato ribattezzato l’impianto produttivo — attualmente in fase di completamento. Le infrastrutture di test hanno già ospitato le prime attività, mentre l’inaugurazione ufficiale della fabbrica e la piena operatività delle linee produttive sono previste entro la fine dell’anno.
Accompagnato dal CEO Giuseppe Santangelo, dal General Manager Alberto Dosio e dall’Head of Facility Francesco Urbino, il Ministro ha visitato i circa 2.000 metri quadrati di camera pulita nei quali potranno essere assemblati, integrati e collaudati in serie satelliti fino a 600 chilogrammi.
La facility è stata progettata per raggiungere, a pieno regime e in funzione delle caratteristiche dei diversi programmi, una capacità produttiva teorica massima fino a 140 satelliti all’anno.
Nel corso del percorso sono state illustrate le principali infrastrutture tecnologiche presenti nello stabilimento, tra cui gli impianti per i test termovuoto, il sistema per le prove vibrazionali, la camera anecoica, l’area dedicata ai test di propulsione e gli spazi modulari destinati alle attività di assemblaggio e integrazione.


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Reid Wiseman e Christina Koch astronauti della missione Artemis, nella sede di Thales Alenia Space a Torino

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Gli astronauti della missione Artemis II hanno fatto tappa nella sede di Thales Alenia Space a Torino celebrando il contributo italiano alla missione lunare.
Alla visita hanno partecipato il Comandante Reid Wiseman e la Mission Specialist di Artemis II Christina Koch. I due astronauti hanno raccontato le loro emozioni ed espresso il loro ringraziamento per il contributo italiano.

“Siamo tornati a viaggiare verso la Luna grazie a voi, avete creato questo incredibile momento”, ha detto Koch, alla quale si è aggiunto il collega, sottolineando che “è stato perfetto e voi lo avere reso possibile. Niente è andato storto, meglio di un simulatore e di qualsiasi altra esperienza”, ha aggiunto Wiseman, confidando che il loro spazio preferito era la cupola “dalla quale vedevamo quanto è meraviglioso questo pianeta”. Un entusiasmo a cui si è aggiunto quello del management delle aziende coinvolte. “Voi rappresentate quello che abbiamo realizzato” ha detto agli astronauti Giampiero Di Paolo , amministratore delegato di Thales Alenia Space Italia, sottolineando che la Luna “è una base per andare oltre, per continuare a esplorare lo spazio per fare della Terra un posto migliore in cui vivere”.

Di “un viaggio tecnologico ma anche un sogno, di cui voi siete gli ambasciatori” ha poi parlato Massimo Claudio Comparini, managing director della Divisione Spazio di Leonardo e presidente del Cda di Thales Alenia Space. “Questa – ha aggiunto parlando dello stabilimento di Thales Alenia Space – è un’ambasciata del sistema aerospaziale italiano e tornare sulla Luna, e magari un giorno partite dalla Luna per destinazioni più lontane, è un grande messaggio per il futuro”. “Tutto è cominciato qui – ha concluso Howard Hu, Orion program manager -, le vostre mani, la vostra ingegneria, il vostro impegno lo hanno permesso. È per i vostri sacrifici e il vostro lavoro che abbiamo avuto una missione”.


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Il lancio di prova di Starship 13 di SpaceX abortisce all’ultimo secondo

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SpaceX ha cancellato il nuovo volo di test in volo di Starship, il veicolo di SpaceX progettato per le future missioni verso la Luna e Marte.

Il tredicesimo lancio era previsto alle 00.45 italiane e avrebbe dovuto essere il primo lancio da quando SpaceX si è quotata a Wall Street.

Il lancio era arrivato alla fine del count down, ma non è riuscita a portare a termine l’operazione per dei problemi ai motori del primo stadio del gigantesco veicolo, provocando l’annullamento del lancio.

Non è ancora noto quando si tenterà un nuovo lancio: “Ci prenderemo del tempo per analizzare a fondo cosa abbia scatenato l’annullamento una volta che il booster ha iniziato l’accensione per il lancio, e poi capiremo quale sarà la strada da seguire”, ha dichiarato Dan Huot di SpaceX durante la diretta del lanco. Speriamo di tornare prestissimo per il Volo 13 e fare un altro tentativo per far decollare Starship dalla rampa”,


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