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Gemini 8 – Nervi d’acciaio in orbita

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Tra il pionieristico programma Mercury, deputato a portare i primi americani nello spazio ed il famigerato programma Apollo che decretò la vittoria degli USA nella corsa alla Luna contro il rivale sovietico è purtroppo spesso dimenticato o comunque, non ha la giusta attenzione il tassello fondamentale che è stato l’anello di congiunzione tra i due storici fratelli maggiori: il programma Gemini. 

Gemini è stato sviluppato dalla NASA nella prima metà degli anni ‘60, ed aveva un obiettivo ingegneristico e operativo assolutamente preciso: testare tecnologie, colmare lacune tecniche e preparare il campo alle missioni lunari.

Le sfide tecniche per portare un essere umano sul suolo lunare infatti non si limitavano al lancio di una capsula nello spazio, sarebbe stato, paradossalmente, fin troppo facile. Invece era necessario verificare se gli esseri umani potessero sopravvivere e lavorare in assenza di peso per un periodo di tempo prolungato, ma non solo, occorreva testare gli equipaggiamenti come le tute per le attività extraveicolari (EVA, Extra-Vehicular Activity) ma, sfida delle sfide per quel tempo, addestrarsi e collaudare i mezzi per le manovre di rendezvous in orbita terrestre e poi in orbita lunare. Senza questo elemento importantissimo, sarebbe stato impossibile anche solo pensare all’idea di sviluppare il programma Apollo per le missioni verso il nostro satellite. 

Se da una parte il programma Mercury aveva dimostrato la possibilità per un uomo di rimanere in orbita per un massimo di 34 ore (missione Mercury 9 di Gordon Cooper), per le missioni Apollo si sarebbe arrivati anche fino a 14 giorni in microgravità, un orizzonte temporale completamente diverso che richiedeva tecnologie e conoscenze completamente diverse. 

Ed è quindi qui che si posizionava il programma Gemini. 12 missioni di cui 10 con equipaggio umano che avrebbero permesso di collezionare ore di volo, esperienza e dati tecnici fondamentali per la Luna. 

Il veicolo principale era una capsula biposto costruita da McDonnell Aircraft, decisamente più avanzata rispetto a quelle del programma Mercury. Misuravano 5,5 metri di lunghezza per 3,9 di diametro e pesavano quasi 4 tonnellate. Il veicolo lanciatore era il Titan II, un missile balistico riadattato. 

La prima missione con equipaggio fu la Gemini 3, partita da Cape Canaveral il 23 marzo 1965 con a bordo Gus Grissom e John Young. Un volo di tre orbite intorno al nostro pianeta per testare le capacità di manovra indipendente della capsula con il sistema OAMS (Orbit Attitude and Maneuvering System). Ma ogni missione ha stabilito un primato o una pietra miliare nel campo dell’esplorazione spaziale. Basti pensare alla prima EVA americana con Edward White in Gemini 4 o la doppia missione Gemini 6-7 con Frank Borman e Jim Lovell (si, l’astronauta di “Houston abbiamo un problema” di Apollo 13) e dall’altra Wally Schirra e Tom Stafford, che si incontrarono in orbita e volarono a 1 metro di distanza per un’ora. 

Ma veniamo a Gemini 8. Il 16 marzo del 1966 è una data che dimostrò plasticamente quanto fosse importante il programma in vista di una potenziale emergenza in volo. La sesta missione con equipaggio umano del programma Gemini era guidata dal Comandante Neil Armstrong e dal pilota David Scott. Il compito era di importanza fondamentale, dimostrare e completare l’aggancio orbitale tra due veicoli spaziali: uno era ovviamente la capsula Gemini, l’altro invece il modulo Agena (Gemini Agena Target Vehicle), lanciato con un razzo Atlas poco meno di due ore prima. L’obiettivo venne raggiunto sei ore e quaranta minuti dopo il lancio, con l’Agena messo in orbita d’attesa a 160 miglia di quota. Armstrong riuscì a far combaciare con precisione millimetrica il meccanismo d’aggancio della capsula con l’Agena, unendo i due veicoli fisicamente per la prima volta, una dimostrazione tecnica impressionante per l’epoca. 

Tuttavia si ebbe pochissimo tempo per rallegrarsi di questo storico traguardo, perchè meno di mezz’ora dopo, questo veicolo composto dalle due unità iniziò una rotazione inizialmente lenta, ma via via più veloce, completamente non coerente con i comandi impartiti dall’astronauta. Armstrong attivò l’OAMS per contrastare questa perdita di assetto, che tuttavia ricominciava immediatamente una volta lasciati i comandi. Non vi fu alternativa dunque che seguire la procedura dettata dal protocollo ed avviare il distacco di emergenza della capsula Gemini dall’Agena, che tuttavia non sortì l’effetto sperato, ma anzi, lo peggiorò la situazione visto che l’improvvisa perdita della massa dell’Agena aumentò la velocità di rotazione di Gemini. La capsula raggiunse in brevissimo tempo la velocità di una rivoluzione al secondo, una rotazione dal ritmo vertiginoso, ed una forza centrifuga dall’effetto deleterio per i piloti, prossimi alla perdita di conoscenza per mancato afflusso di sangue al cervello. In caso di svenimento, sarebbe stato impossibile riprendere il controllo del veicolo e avrebbe significato la fine per l’equipaggio.

Lavorando strenuamente sui comandi dell’RCS (Reaction Control System), Armstrong riuscì mantenendo i nervi saldi, a contrastare la rotazione impazzita e ristabilire un assetto stabile alla navetta spaziale. Il protocollo di missione anche in questo caso era chiaro, la missione andava interrotta per motivi di sicurezza anche a causa dell’attivazione dell’RCS il cui propellente limitato doveva essere conservato per il rientro in atmosfera con un’orientamento corretto dello scudo termico. La missione durò nel complesso solo 11 ore, contro i 3 giorni previsti inizialmente e si concluse con un ammaraggio di emergenza nell’oceano Pacifico rispetto all’Atlantico inizialmente designato. L’area in cui finì la capsula era anche molto lontana rispetto all’area di recupero ma la USS Leonard F. Mason riuscì a recuperare dopo 3 ore gli astronauti sani e salvi.

Riguardo il colpevole di questo incidente, si scoprirà poi che non era l’Agena, bensì uno dei propulsori dell’OAMS della stessa capsula Gemini che rimase bloccato in posizione di accensione continua a causa di un problema elettrico, per la precisione, il propulsore 8. 

Nonostante un’interruzione adrenalinica, Gemini 8 comunque rappresentò un qualcosa di inestimabile per l’ingegneria aerospaziale e non solo. Dimostrò la fattibilità tecnica dell’aggancio orbitale, ma provò soprattutto l’insostituibilità di un equipaggio umano ben addestrato in situazioni impossibili da diagnosticare, affrontando un’emergenza che mise a dura prova il fisico ed il coraggio degli astronauti. Armstrong si dimostrò un comandante affidabile per missioni più complesse e rischiose, ed infatti passerà alla storia qualche anno più tardi diventando il primo uomo sulla Luna.


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Reid Wiseman e Christina Koch astronauti della missione Artemis, nella sede di Thales Alenia Space a Torino

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Gli astronauti della missione Artemis II hanno fatto tappa nella sede di Thales Alenia Space a Torino celebrando il contributo italiano alla missione lunare.
Alla visita hanno partecipato il Comandante Reid Wiseman e la Mission Specialist di Artemis II Christina Koch. I due astronauti hanno raccontato le loro emozioni ed espresso il loro ringraziamento per il contributo italiano.

“Siamo tornati a viaggiare verso la Luna grazie a voi, avete creato questo incredibile momento”, ha detto Koch, alla quale si è aggiunto il collega, sottolineando che “è stato perfetto e voi lo avere reso possibile. Niente è andato storto, meglio di un simulatore e di qualsiasi altra esperienza”, ha aggiunto Wiseman, confidando che il loro spazio preferito era la cupola “dalla quale vedevamo quanto è meraviglioso questo pianeta”. Un entusiasmo a cui si è aggiunto quello del management delle aziende coinvolte. “Voi rappresentate quello che abbiamo realizzato” ha detto agli astronauti Giampiero Di Paolo , amministratore delegato di Thales Alenia Space Italia, sottolineando che la Luna “è una base per andare oltre, per continuare a esplorare lo spazio per fare della Terra un posto migliore in cui vivere”.

Di “un viaggio tecnologico ma anche un sogno, di cui voi siete gli ambasciatori” ha poi parlato Massimo Claudio Comparini, managing director della Divisione Spazio di Leonardo e presidente del Cda di Thales Alenia Space. “Questa – ha aggiunto parlando dello stabilimento di Thales Alenia Space – è un’ambasciata del sistema aerospaziale italiano e tornare sulla Luna, e magari un giorno partite dalla Luna per destinazioni più lontane, è un grande messaggio per il futuro”. “Tutto è cominciato qui – ha concluso Howard Hu, Orion program manager -, le vostre mani, la vostra ingegneria, il vostro impegno lo hanno permesso. È per i vostri sacrifici e il vostro lavoro che abbiamo avuto una missione”.


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Il lancio di prova di Starship 13 di SpaceX abortisce all’ultimo secondo

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SpaceX ha cancellato il nuovo volo di test in volo di Starship, il veicolo di SpaceX progettato per le future missioni verso la Luna e Marte.

Il tredicesimo lancio era previsto alle 00.45 italiane e avrebbe dovuto essere il primo lancio da quando SpaceX si è quotata a Wall Street.

Il lancio era arrivato alla fine del count down, ma non è riuscita a portare a termine l’operazione per dei problemi ai motori del primo stadio del gigantesco veicolo, provocando l’annullamento del lancio.

Non è ancora noto quando si tenterà un nuovo lancio: “Ci prenderemo del tempo per analizzare a fondo cosa abbia scatenato l’annullamento una volta che il booster ha iniziato l’accensione per il lancio, e poi capiremo quale sarà la strada da seguire”, ha dichiarato Dan Huot di SpaceX durante la diretta del lanco. Speriamo di tornare prestissimo per il Volo 13 e fare un altro tentativo per far decollare Starship dalla rampa”,


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E’ morto Teodoro Valente, il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana

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E’ morto Teodoro Valente, il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana

Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana dal 2023, Teodoro Valente è stato professore ordinario di Scienza e tecnologia dei materiali presso l’Università La Sapienza di Roma e studioso nel campo dei materiali compositi e delle nanotecnologie. Nel corso della sua carriera ha ricoperto numerosi incarichi di rilievo in ambito accademico e della ricerca, tra cui la presidenza del Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali, la direzione dell’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali del CNR e incarichi presso la Commissione europea.

A darne l’annuncio è stata l’Asi con una nota 

Teodoro Valente, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana dal 2023, è stato professore ordinario di Scienza e tecnologia dei materiali presso l’Università La Sapienza di Roma e autorevole studioso nel campo dei materiali compositi e delle nanotecnologie. Nel corso della sua carriera ha ricoperto numerosi incarichi di rilievo in ambito accademico e della ricerca, tra cui la presidenza del Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali, la direzione dell’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali del CNR e incarichi presso la Commissione europea.

Il professor Teodoro Valente ha impresso un’impronta unica alla sua presidenza. In tre anni, ha contribuito in maniera sostanziale ad affermare lo Spazio come filiera di assoluto rilievo per il Paese. Nel suo ruolo e in coerenza con le politiche nazionali e le linee guida governative, ha dato impulso a sforzi congiunti dei sistemi della ricerca e dell’impresa, che hanno permesso di realizzare l’ambizione italiana a livello internazionale, potenziando la leadership dell’Agenzia e di tutto il sistema spaziale italiano.

Sono numerosi e ragguardevoli i risultati raggiunti dall’ASI durante la sua presidenza. Solo per citarne alcuni, si pensi alla realizzazione   degli interventi finanziati dal PNRR Spazio, quali le Smart Factories 4.0, l’ampliamento del centro spaziale di Matera, i programmi tecnologici di frontiera, la costellazione satellitare nazionale di osservazione della Terra IRIDE; agli avanzamenti nell’ambito della scienza del cosmo e delle sperimentazioni in microgravità; al protagonismo giocato sugli scacchieri africano, nell’ambito del Piano Mattei settore spazio, dell’America latina, di aree quali l’estremo Oriente e il Mediterraneo; al nuovo impulso dato alle relazioni bilaterali con la Nasa, che ha portato alle intese per la realizzazione del modulo lunare MPH e a nuove chance per astronauti di nazionalità italiana nel quadro del programma Artemis; al supporto alla definizione della c.d. “Legge Spazio”, approvata dal Parlamento nel 2025, che ha dotato l’Italia di una normativa innovativa in materia di space economy; alla presidenza italiana del consiglio dei ministri ESA; infine, in ordine di tempo, alla presidenza italiana del Comitato delle Nazioni Unite per l’utilizzo pacifico dello Spazio extra-atmosferico.

In tutti questi cimenti e in tanti altri ancora, Teodoro Valente ha riversato la sua attitudine allo studio e all’approfondimento, le sue competenze di ricerca e manageriali, il suo acume e la capacità di visione, l’attenzione alle giovani generazioni e alla possibilità di avvicinarle a studi e carriere in ambiti innovativi, catalizzatori di uno sviluppo concreto e duraturo del Paese.

La sua eredità per l’Agenzia e per lo spazio italiano durerà ben oltre la sua parabola umana, conclusasi troppo presto. Ci mancherai, presidente!


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