Ambiente
15.000 mq di nuovo verde per Villa Ada a Roma: nuova vita alla pista ciclopedonale di Monte Antenne con bonifica dell’area e nuove piante grazie al progetto ‘Le città che respirano’
Riqualificare il verde urbano e tutelare la biodiversità, contribuendo allo stesso tempo al recupero di un grande polmone verde da restituire alla comunità di Roma Capitale e d’Italia.
Con questi obiettivi arriva a Roma il progetto “Le città che respirano” di Nespresso per sostenere e valorizzare il patrimonio ambientale e paesaggistico italiano. A Monte Antenne all’interno di Villa Ada è stata inaugurata oggi l’area protagonista dell’intervento di rigenerazione ambientale conclusosi nei giorni scorsi e che ha consentito la riqualificazione dell’intero percorso ciclopedonale che circoscrive il Forte Antenne, che si estende su un’area di 15.000mq, rendendolo nuovamente accessibile alla collettività. Un progetto che assume una valenza ancora più significativa, nel giorno in cui entra in vigore la riforma che modifica l’articolo 9 della Costituzione, e grazie alla quale la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi viene inserita tra i principi fondamentali della Carta costituzionale.
Monte Antenne è un colle di Roma situato nell’area nord della città, sul lato sinistro del fiume Tevere: si tratta di uno dei rilievi più importanti della Capitale nonché una delle aree verdi più estese del territorio facente parte del Parco di Villa Ada. L’intervento di tutela ambientale realizzato con il sostegno di Nespresso, grazie al progetto Le Città che Respirano, ha interessato nello specifico l’area che circoscrive il Forte Antenne, una struttura storica risalente a fine ‘800, costruita allora in difesa della città e ubicata al centro dell’altura.
Il recupero dell’area ha previsto una prima fase volta alla messa in sicurezza della zona con la rimozione degli alberi pericolanti, la pulizia dalle piante infestanti e dai rovi presenti sul percorso pedonale e la bonifica dello stesso con la rimozione di manufatti abbandonati e dei rifiuti. Dopodiché, si è proceduto alla messa a dimora di 170 nuove piante, scelte tra le specie arboree e arbustive autoctone ritenute adatte all’attuale clima mediterraneo e al Parco, tra le quali il Corbezzolo, l’Alloro, la Fillirea, il Viburno Tino e il Leccio.
Il progetto “Le città che respirano”, lanciato nel 2020 da Nespresso, rientra nell’iniziativa “Mosaico Verde”, la grande campagna nazionale di forestazione di aree urbane ed extraurbane e tutela di boschi ideata e promossa da AzzeroCO2 e Legambiente per coinvolgere aziende ed enti pubblici con l’obiettivo di restituire valore al territorio e contrastare i cambiamenti climatici.
Alla cerimonia di inaugurazione sono intervenuti Sabrina Alfonsi, Assessora all’agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti del Comune di Roma, Francesca del Bello, Presidente del Municipio II, Rosario Fabiano, Assessore all’Ambiente del Municipio II, Chiara Murano, Sustainability Manager di Nespresso Italiana, Stefano Ciafani, Presidente di Legambiente Onlus, Sandro Scollato, Amministratore Delegato di AzzeroCO2.
“Dobbiamo riforestare le nostre città per restituire il futuro alle generazioni che verranno. Piantiamo alberi per contrastare le emissioni di CO2 e migliorare una qualità ambientale ad oggi fortemente a rischio. L’obiettivo collettivo deve essere salvare il pianeta e possiamo farlo solo rendendo sostenibili le nostre città e i nostri comportamenti, per attenuare il nostro impatto sul Pianeta. Ringrazio Nespresso, AzzeroCO2 e Legambiente per questo intervento di riforestazione con 170 piante su Monte Antenne, che insieme al percorso di riforestazione frutto del progetto partecipativo del Municipio II e al forte investimento di Roma Capitale su Monte Antenne e Villa Ada contribuisce a restituire a questo quadrante nuovi alberi, boschi e piante, aria pulita e spazio verde. Cura delle alberature e riforestazione vanno di pari passo, per rendere la città verde e sostenibile”. Così Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale.
I benefici dell’intervento sul territorio saranno molteplici a partire proprio dal miglioramento dell’aspetto naturalistico e della recuperata disponibilità dell’area. La riqualificazione della superficie a verde favorirà nel tempo, infatti, la mitigazione delle alte temperature estive e degli effetti delle isole di calore, grazie alle aree ombreggiate lungo il percorso ciclopedonale, fornendo così la possibilità ai cittadini di tornare a vivere al meglio questi luoghi beneficiando di attività di svago, sport e socializzazione.
La messa a dimora delle nuove piante vuole essere inoltre un contributo concreto al contrasto dell’inquinamento che tiene in “ostaggio” la Capitale. Secondo i dati dell’ultimo report “Mal’aria di città 2022” di Legambiente, Roma continua a sforare alcuni limiti suggeriti dall’OMS relativi alla concentrazione delle sostanze inquinanti nell’aria: è tra le 13 città che registrano più alti livelli di biossido di azoto, i cui valori sono stati nel 2021 tre volte superiori ai limiti suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non solo. Superati anche i valori per il particolato atmosferico per il quale si è registrata una media annuale di PM10 pari a 25 µg/mc rispetto al valore indicato dell’OMS di 15 µg/mc e di PM2.5 pari a 12 µg/mc contro un valore OMS di 5 µg/mc.
“Le città che respirano” – attraverso cui è stato reso possibile l’intervento di Roma – è l’iniziativa con la quale Nespresso si impegna a tutelare il patrimonio naturalistico del Paese con l’obiettivo di rendere l’Italia sempre più verde, aumentarne la biodiversità e dare a tutti la possibilità di vivere attivamente il proprio territorio riscoprendone la sua bellezza. Un progetto che rientra nel più ampio programma “Nespresso per l’Italia” che vede l’azienda impegnata in prima linea in diverse iniziative a sostegno del territorio italiano, tra cui il progetto di economia circolare “Da Chicco a Chicco” e la collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano in favore del patrimonio naturale, umano e artistico che rende unico il nostro territorio.
«Questo per noi è un momento speciale, perché il nostro progetto “Le città che respirano” ha raggiunto un nuovo traguardo in un giorno importante per il nostro Paese, nel quale entra in vigore la riforma della Carta Costituzionale che integra la sostenibilità tra i principi fondamentali, nell’interesse delle future generazioni. Abbiamo intrapreso questo percorso al fianco di Legambiente e AzzeroC02 nel 2020 con l’obiettivo di proteggere una delle risorse più preziose che abbiamo: le aree verdi che rendono unico il nostro Paese. Da allora, siamo riusciti a intervenire su oltre 20.000 mq, da Monza ad Assago, a Bitonto fino a Roma. Oggi, con questa iniziativa a supporto di Monte Antenne e del Parco di Villa Ada abbiamo permesso al nostro progetto “Le città che respirano” di crescere ancora di più e di restituire alla cittadinanza un’area così importante per Roma, un risultato di cui siamo profondamente orgogliosi e che ci spinge a lavorare ancora di più per creare valore presso le comunità di cui siamo parte anche in Italia» dichiara Chiara Murano, Sustainability Manager di Nespresso Italiana.
Grazie al progetto “Le città che respirano”, dal 2020 Nespresso si impegna al fianco di Legambiente e AzzeroCO2 per tutelare le ricchezze ambientali italiane. Un’iniziativa che finora ha permesso di riqualificare e riforestare oltre 35.000 metri quadri, raggiungendo importanti risultati in Lombardia, dove sono stati già riforestati oltre 10.500 mq ad Assago (MI) e Monza, in Puglia a Bitonto (BA), con altri 10.000 mq di nuovo verde per sostenere e compensare l’equilibrio forestale del Parco Nazionale dell’Alta Murgia e mitigare i danni causati dagli incendi dell’estate 2021 all’interno del Parco, per arrivare oggi a Roma, con l’intervento che ha interessato l’area Monte Antenne all’interno di Villa Ada.
«Il progetto di recupero del patrimonio forestale dell’area Monte Antenne, nel cuore di Roma, – ha dichiarato, Stefano Ciafani Presidente di Legambiente Onlus – rappresenta un’azione importante per contrastare gli effetti della crisi climatica e al tempo stesso per valorizzare una preziosa area verde della Capitale. La vegetazione in città, tra i tanti effetti benefici, fa da climatizzatore naturale stemperando quelli che sono gli eccessi termici che caratterizzano l’ambiente urbano e riducendo l’effetto “isola di calore”, dovuto alle superfici cementificate che riflettono i raggi del sole, e la temperatura nei mesi estivi anche di 8°C. Per questo più che mai abbiamo bisogno di città con sempre più aree verdi, e ricche di spazi di condivisione. La campagna “Le città che respirano” va proprio in questa direzione con la riqualificazione di un importante polmone verde della capitale, quale è Monte Antenne per Roma, e interventi per favorire la fruizione».
«Contribuire a contrastare la crisi climatica, rigenerando al contempo i territori e restituendo alle comunità spazi di condivisione, è ciò che noi di AzzeroCO2 ci prefiggiamo attraverso gli interventi di forestazione come quello che ci vede coinvolti insieme a Nespresso presso l’area di Monte Antenne-Villa Ada a Roma – ha dichiarato Sandro Scollato Amministratore Delegato di AzzeroCO2 -. L’iniziativa rientra nel progetto europeo ‘LIFE Terra’ che vede Legambiente come unico partner italiano e del quale noi siamo sostenitori. Un esempio concreto di come dal lavoro sinergico tra diverse realtà si possano ottenere benefici dall’alto valore ambientale e sociale consentendo di rendere fruibili gli spazi verdi, contribuendo al contempo a rendere i centri urbani più sostenibili e resilienti rispetto alle minacce legate al riscaldamento globale».
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Ambiente
La storia del disastro della diossina alla Icmesa di seveso
Il 10 luglio 1976 è una data spartiacque nella storia ambientale del Novecento. Quel giorno, alle ore 12:28, un boato rompe la quiete della frazione di San Giuseppe a Meda, al confine con il comune di Seveso, nella laboriosa e densamente popolata Brianza. Dall’azienda chimica Icmesa (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), controllata dalla multinazionale svizzera Givaudan (a sua volta di proprietà del colosso farmaceutico Roche), si sprigiona una nube bianca, opaca e dall’odore dolciastro.
Quella nube viaggia spinta dal vento verso sud, adagiandosi sui campi, sulle case e sulle persone. Contiene un veleno letale e invisibile: la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), comunemente nota da allora come diossina. Sarà il primo disastro industriale italiano a risonanza mondiale, una tragedia che cambierà per sempre la percezione del rischio ecologico e la legislazione europea sulla sicurezza chimica.
1. L’incidente: la reazione fuori controllo
L’Icmesa produceva fegato di zolfo e vari composti chimici, tra cui il 2,4,5-triclorofenolo, un intermedio necessario per la fabbricazione di disinfettanti e del famigerato diserbante “Agente Arancio” (utilizzato dagli americani nella guerra del Vietnam).
Il disastro si consuma nel weekend di chiusura della fabbrica. Durante le fasi di spegnimento dell’impianto, a causa di una serie di negligenze tecniche e della mancanza di un sistema di raffreddamento automatico del reattore A101, la temperatura interna sale ben oltre i limiti di sicurezza (raggiungendo i 230°C). La pressione interna fa saltare la valvola di sicurezza: circa 3.000 kg di sostanze chimiche vengono scaricati nell’atmosfera. Tra questi, si stima vi fossero tra i 15 e i 18 kg di pura diossina, una quantità enorme se si considera che la TCDD è tossica a livelli di parti per miliardo.
2. L’omertà e il ritardo dei soccorsi
La gravità del disastro di Seveso viene amplificata dal silenzio criminale dei vertici dell’azienda. Nei primi giorni successivi al 10 luglio, la direzione dell’Icmesa minimizza l’evento, parlando genericamente di una “nube di diserbante” e rassicurando le autorità locali sul fatto che non vi fossero pericoli per la salute umana.
Mentre i vertici tacciono per non compromettere il titolo in borsa e l’immagine della casa madre, la natura inizia a presentare il conto:
- Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono.
- Migliaia di piccoli animali domestici e d’allevamento (conigli, galline, gatti) muoiono improvvisamente nei cortili.
- Sulla pelle dei bambini che hanno giocato all’aperto iniziano a comparire piaghe dolorose, pustole e rigonfiamenti: è la cloracne, la manifestazione cutanea dell’avvelenamento da diossina.
Solo il 14 luglio (quattro giorni dopo) l’azienda ammette la presenza di diossina, e la conferma ufficiale alle autorità italiane arriverà addirittura il 19 luglio, nove giorni dopo l’esplosione.
3. La mappa del veleno e le evacuazioni
Il territorio viene mappato e diviso in tre zone a seconda del grado di contaminazione del suolo:
- Zona A: L’epicentro del disastro (tra Meda e Seveso), l’area più colpita. Viene completamente evacuata. Circa 730 persone devono abbandonare le proprie case, recintate dal filo spinato e presidiate dall’esercito.
- Zona B: Area a media contaminazione (comprendente anche i comuni di Cesano Maderno e Desio). Viene imposto il divieto di coltivazione, l’abbattimento del bestiame e speciali norme igieniche (come il divieto di gravidanza per le donne).
- Zona R (di Rispetto): Area a bassa contaminazione dove vigevano divieti precauzionali.
In totale, oltre 100.000 persone subiscono le conseguenze e le restrizioni del disastro. Per contenere l’epidemia e la diffusione del veleno nella catena alimentare, verranno abbattuti e inceneriti oltre 80.000 animali.
4. Il dramma dell’aborto terapeutico
Il disastro di Seveso solleva una violentissima tempesta etica e politica nell’Italia del 1976. Gli scienziati temono che l’esposizione alla diossina provochi mostruose malformazioni fetali. In quel momento, l’aborto in Italia è ancora illegale (la legge 194 nascerà solo nel 1978).
Il governo guidato da Giulio Andreotti, d’intesa con la magistratura, concede una deroga straordinaria per consentire l’aborto terapeutico alle donne incinte della zona contaminata. Questa decisione spacca il Paese: da una parte il mondo laico e scientifico che difende il diritto alla salute delle madri, dall’altra il Vaticano e le forze cattoliche oltranziste, che si oppongono fermamente, offrendo assistenza finanziaria e adozioni pur di evitare le interruzioni di gravidanza. Molte donne di Seveso vivono settimane di drammatica solitudine, divise tra la paura del “mostro” in grembo e la forte pressione sociale e religiosa della comunità brianzola.
5. La bonifica e la nascita del Bosco delle Querce
I processi penali si concludono anni dopo con la condanna di alcuni dirigenti dell’Icmesa e della Givaudan, e la multinazionale svizzera accetta di risarcire lo Stato italiano e la Regione Lombardia con decine di miliardi di lire.
La bonifica della Zona A si protrae per anni ed è un’operazione ingegneristica senza precedenti. Le case infette vengono abbattute, lo strato superficiale del terreno viene rimosso per una profondità di decine di centimetri. Tutto il materiale altamente contaminato viene sigillato in due enormi vasche di contenimento stagno sotterranee a Seveso e Meda.
Sopra la vasca principale di Seveso, per seppellire simbolicamente il cemento e il veleno, negli anni ’80 è stato piantato il Bosco delle Querce: un grande parco naturale pubblico che oggi sorge laddove c’erano le case della Zona A, un polmone verde nato dalle ceneri di un deserto chimico per fungere da memoria perenne.
L’eredità di Seveso: la Direttiva Europea
Il disastro di Seveso ha cambiato la storia della sicurezza industriale nel mondo. Nel 1982, l’Unione Europea (allora CEE) ha emanato la storica “Direttiva Seveso” (Direttiva 82/501/CEE), una legge pionieristica che impone a tutti gli Stati membri di censire i siti industriali a rischio di incidenti rilevanti, obbligando le aziende a informare preventivamente la popolazione circostante e a predisporre piani di emergenza d’intesa con le autorità pubbliche.
Seveso non è stata solo una tragedia locale, ma il doloroso campanello d’allarme che ha costretto l’Occidente a comprendere che il progresso industriale non può prescindere dalla tutela della salute e dell’ambiente.
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Ambiente
E’ morto a 86 anni Gianni Mattioli uno dei protagonisti dell’ecologismo scientifico italiano
E’ morto a 86 anni Gianni Mattioli una delle figure più autorevoli dell’ambientalismo italiano del secondo Novecento, Giovanni Francesco Mattioli – conosciuto pubblicamente come Gianni Francesco Mattioli – ha rappresentato un raro esempio di integrazione tra rigore scientifico, impegno civile e azione politica. Fisico, docente universitario, parlamentare e ministro della Repubblica, Mattioli ha dedicato gran parte della propria vita alla diffusione di una cultura ecologica fondata sulla conoscenza scientifica e sulla responsabilità verso le generazioni future.
Gli anni della formazione scientifica
Nato a Genova il 29 gennaio 1940, Mattioli si laureò in Fisica presso l’Università “La Sapienza” di Roma nel 1964 con una tesi dedicata alla diffusione delle particelle ad alta energia. Negli anni successivi intraprese la carriera accademica, diventando nel 1973 docente universitario nello stesso ateneo. La sua attività di ricerca si concentrò in particolare sulla meccanica quantistica e sulla meccanica razionale, ambiti nei quali contribuì alla formazione di numerose generazioni di studenti e ricercatori.
La sua preparazione scientifica influenzò profondamente anche il successivo impegno pubblico. Per Mattioli, infatti, le questioni ambientali non potevano essere affrontate esclusivamente sul piano ideologico o politico, ma richiedevano una solida base di conoscenze tecniche e una valutazione rigorosa delle conseguenze sociali, economiche ed energetiche delle decisioni pubbliche.
La nascita dell’impegno ambientalista
La svolta avvenne alla fine degli anni Settanta, quando entrò in contatto con le mobilitazioni contro il progetto della centrale nucleare di Montalto di Castro. Quell’esperienza contribuì a orientare definitivamente la sua attività verso la difesa dell’ambiente e della salute pubblica.
Nel 1978 fu tra i fondatori del Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche, insieme a Massimo Scalia e ad altri protagonisti dell’ambientalismo italiano. Il comitato divenne uno dei principali centri di elaborazione critica sulle politiche energetiche nazionali, promuovendo un modello di sviluppo fondato sul risparmio energetico e sulle fonti rinnovabili.
Nel 1981 contribuì inoltre alla fondazione della rivista Quale Energia?, che per anni rappresentò un punto di riferimento per il dibattito scientifico e culturale sui temi energetici e ambientali. La pubblicazione svolse un ruolo importante nella diffusione di informazioni e analisi che avrebbero alimentato il movimento ecologista italiano.
L’ingresso nelle istituzioni
L’esperienza maturata nel mondo dell’associazionismo e della ricerca portò Mattioli all’impegno politico diretto. Nel 1987 venne eletto alla Camera dei Deputati nelle liste dei Verdi, contribuendo alla crescita e al consolidamento del movimento ecologista italiano all’interno delle istituzioni. Negli anni successivi fu più volte rieletto e ricoprì incarichi di rilievo sia nel partito sia nelle commissioni parlamentari dedicate al bilancio, all’ambiente e alle politiche economiche.
Tra il 1988 e il 1992 fu presidente dei Verdi, contribuendo alla definizione di una linea politica che collegava la tutela dell’ambiente ai temi della democrazia, della pace e della sostenibilità economica. In un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni politiche, Mattioli cercò di rafforzare la credibilità dell’ecologismo come proposta di governo e non soltanto come movimento di protesta.
L’esperienza di governo
Con la vittoria del centrosinistra nel 1996, Mattioli venne nominato sottosegretario al Ministero dei Lavori Pubblici nel primo governo guidato da Romano Prodi. Mantenne l’incarico anche nei successivi governi D’Alema, occupandosi di temi legati alle infrastrutture, alla pianificazione territoriale e alla sostenibilità ambientale. (Wikipedia)
Nel 2000 fu chiamato a ricoprire il ruolo di Ministro per le Politiche Comunitarie nel secondo governo Amato. Sebbene il mandato sia stato relativamente breve, la nomina rappresentò il riconoscimento istituzionale di una lunga carriera dedicata alla promozione di politiche pubbliche attente alle questioni ambientali e alla dimensione europea della sostenibilità.
Un pensiero ecologista fondato sulla scienza
Uno degli aspetti più originali della figura di Mattioli fu la capacità di collegare il sapere scientifico all’azione politica. In anni in cui l’ambientalismo veniva talvolta considerato marginale o ideologico, egli sostenne con forza la necessità di basare le scelte energetiche e ambientali su dati verificabili, ricerca scientifica e valutazioni di lungo periodo.
La sua opposizione al nucleare non nacque da posizioni pregiudiziali, ma da un’analisi critica dei rischi, dei costi e delle implicazioni sociali connessi a quel modello energetico. Allo stesso tempo promosse il dibattito sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica e sulla riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive, anticipando temi che sarebbero diventati centrali decenni più tardi.
L’eredità culturale e politica
Anche dopo la conclusione dell’esperienza parlamentare, Mattioli continuò a partecipare attivamente al dibattito pubblico, collaborando con associazioni ambientaliste e con le nuove formazioni della sinistra ecologista italiana. Nel 2009 aderì al progetto di Sinistra Ecologia Libertà, mantenendo un ruolo di riferimento sulle politiche ambientali.
La sua eredità va oltre i risultati politici immediati. Mattioli contribuì infatti a introdurre nel dibattito nazionale una visione dell’ecologia come elemento strutturale dello sviluppo economico e della democrazia. Molte delle questioni che oggi dominano l’agenda internazionale – cambiamento climatico, transizione energetica, sostenibilità delle risorse – erano già presenti nelle sue riflessioni e nelle sue battaglie pubbliche.
Conclusione
Giovanni Francesco Mattioli appartiene a quella generazione di intellettuali che hanno scelto di trasformare il sapere in responsabilità civile. La sua vicenda personale dimostra come la scienza possa diventare strumento di partecipazione democratica e come la politica possa trarre forza dalla competenza e dalla ricerca. Ricordarlo significa riconoscere il contributo di uno dei principali artefici dell’ambientalismo scientifico italiano e di una cultura ecologica che continua ancora oggi a influenzare il dibattito pubblico e le scelte delle istituzioni.
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Ambiente
CinemAmbiente 2026, a Torino il cinema diventa uno strumento per raccontare la crisi climatica
Dal 3 al 7 giugno 2026 Torino ospita la 29ª edizione del Festival CinemAmbiente, il più importante appuntamento italiano dedicato ai film a tema ambientale. La rassegna, organizzata dal Museo Nazionale del Cinema e diretta da Lia Furxhi, propone anche una selezione online sulla piattaforma OpenDDB, accessibile tramite il sito del Festival fino al 14 giugno.
L’edizione di quest’anno conferma il ruolo di CinemAmbiente come spazio di riflessione sui grandi temi della transizione ecologica: crisi climatica, risorse naturali, inquinamento, perdita di biodiversità, giustizia ambientale e nuovi modelli di sviluppo. In programma ci sono 69 film provenienti da 30 Paesi, tra documentari, cortometraggi, proiezioni speciali, incontri e attività collaterali.
Un’apertura simbolica
Il festival si aprirà mercoledì 3 giugno con una serata dedicata alla Groenlandia, territorio diventato simbolo del cambiamento climatico. Verrà proiettata la versione restaurata di *Den store Grønlandsfilm* (1922), accompagnata dal vivo dalla band inuit Inuk, in un omaggio alla storia e alla fragilità di un’area oggi al centro di forti tensioni geopolitiche e ambientali.
La chiusura, prevista per domenica 7 giugno, sarà affidata all’anteprima italiana di *Groundswell*, ultimo capitolo della trilogia di Josh e Rebecca Tickell sull’agricoltura rigenerativa, tema sempre più centrale nel dibattito sulla sostenibilità alimentare e sulla tutela del suolo.
I film in concorso
Il Concorso documentari presenta otto lungometraggi che affrontano la crisi ambientale da prospettive diverse: dalle alluvioni in Brasile alle storie dei ghiacciai che scompaiono, dalla siccità del fiume Colorado al problema globale dei rifiuti, fino alla convivenza forzata tra esseri umani e fauna artica.
Tra i titoli più significativi figurano *Rua do pescador, n° 6* di Bárbara Paz, *Time and Water* di Sara Dosa, *Desert Passages* di Kevin Brennan e Laurence Durkin, *In Excess* di Melissa Langer, *Nuisance Bear* di Jack Weisman e Gabriela Osio Vanden e *Underland*, tratto dal libro di Robert Macfarlane.
Anche il Concorso cortometraggi, con 17 titoli provenienti da 15 Paesi, conferma la volontà del festival di superare una narrazione ambientale fatta solo di allarme e denuncia. I film brevi raccontano la crisi climatica come parte della vita quotidiana, intrecciandola con storie personali, memorie, relazioni e trasformazioni sociali.
Il cinema italiano
La sezione *Made in Italy* mette in vetrina 23 opere tra lungometraggi e cortometraggi dedicati alla produzione documentaria nazionale più recente. I film attraversano territori fragili, ecosistemi minacciati e comunità che stanno cambiando, mostrando come la crisi ambientale influenzi non solo i paesaggi, ma anche l’immaginario collettivo e il modo in cui pensiamo il futuro.
Tra le anteprime nazionali figurano *I nemici del popolo* di Andrea Marinelli, *Anguane, le voci dell’acqua* di Giovanni Pellegrini, *Ma Prière à la mer – La mia preghiera al mare* di Davide Marino e *Ci sarà l’acqua* di Elena Valsania.
Dialogo tra scienza e futuro
Uno degli spazi più interessanti del festival è la sezione *Panorama*, articolata quest’anno in due focus tematici. Il primo, *Senza limiti? Come ripensare il Pianeta*, affronta il tema dell’iper-sfruttamento delle risorse e del modello di crescita infinita, anche attraverso il pensiero del filosofo Kohei Saito, ospite del Festival.
Il secondo focus, *Scienza e (in)coscienza*, mette al centro il divario tra la consapevolezza scientifica della crisi ambientale e la lentezza con cui istituzioni e decisori politici reagiscono ai dati. I film in programma offriranno un’occasione di confronto tra registi, studiosi ed esperti di discipline diverse.
Realtà virtuale e nuovi linguaggi
Quest’anno CinemAmbiente dedica uno spazio speciale anche alla realtà virtuale con la sezione *CinemAmbiente VR*. Protagonista è Lena Herzog, artista, fotografa e regista, presente con due lavori immersivi: *Last Whispers*, dedicato alle lingue estinte o in pericolo, e *Any War Any Enemy*, un poema contro la guerra.
La scelta conferma la volontà del festival di sperimentare linguaggi diversi per parlare di ambiente, diritti e fragilità del presente, usando il cinema non solo come mezzo di informazione, ma anche come esperienza sensoriale e civile.
Eventi ed ecoventi
Accanto alle proiezioni, il programma propone numerosi eventi speciali. Torna l’appuntamento con il meteorologo Luca Mercalli, che farà il punto sullo stato del clima e introdurrà il film *Lessons in Fire* di John Webster.
Tra gli appuntamenti più rilevanti c’è anche la celebrazione dei 60 anni del WWF Italia, con la proiezione di *Fulco Pratesi. Nel nome della Natura* e un panel dedicato alla storia dell’ambientalismo italiano.
Non mancano gli ecoeventi, pensati per coinvolgere il pubblico in modo diretto. Il 5 giugno, Giornata mondiale dell’Ambiente, Politecnico di Torino e Università di Torino presenteranno progetti, giochi divulgativi, talk e attività dedicate alla sostenibilità. Un altro appuntamento vedrà protagonisti i Parchi naturali del Piemonte con stand, materiali educativi e iniziative per tutte le età.
Un festival aperto alla città
CinemAmbiente non è solo una rassegna cinematografica, ma un vero laboratorio culturale sulla transizione ecologica. Mostre fotografiche, proiezioni per bambini, incontri con autori e attività di formazione allargano il pubblico e trasformano il festival in uno spazio di partecipazione attiva.
La sede principale è il Cinema Massimo, a Torino, ma l’iniziativa si estende anche online e in diversi luoghi della città, rafforzando l’idea di una sostenibilità che non riguarda solo i contenuti, ma anche i modi in cui la cultura si apre alla comunità.
Informazioni utili
Le proiezioni e gli eventi si tengono al Cinema Massimo – Museo Nazionale del Cinema, in via Giuseppe Verdi 18, a Torino. L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti.
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