“Siri, diventiamo amiche?”

Martina (nome di fantasia) è una ragazza di 30 anni, single, in carriera. Laurea in economia aziendale e un lavoro che, tutto sommato, la appaga, ma che non sognava da adolescente perché, quando Martina frequentava la quarta ginnasio del Liceo Classico, la sua qualifica, quella di “Cryptocurrency analyst”, non esisteva ancora. Il portafoglio, ovviamente virtuale, di Martina include centinaia di valute digitali dal Bitcoin a quelle nate per scherzo come il Doge Coin e lo Shiba Inu.

La solitudine del confinamento

Martina vive da sola in una “location” di Torino riqualificata negli ultimi anni, in un bilocale perfettamente arredato in stile minimal. Sono le otto di sera, la ragazza ha finito da poco la sua giornata lavorativa compiuta in smart working quando si versa due dita di Martini bianco, mette in un piattino cinque olive e si butta sul divano dicendo: “Siri, raccontami una barzelletta”. Il suo smartphone inizia a colorarsi di tutti i colori dell’arcobaleno e dall’altoparlante esce una voce femminile non troppo metallica per essere sintetica: “due casseforti si incontrano nel deserto e una dice all’altra: “che combinazione!”. Spunta un sorriso tra le labbra abituate al rossetto di Martina, ma si insinua un dubbio nella sua mente: il plurale di cassaforte è casseforti o cassaforti? Decide di affidarsi ancora una volta all’ onniscienza di Internet: “Siri, qual è il plurale di cassaforte?” “Non ho capito” le fa eco il telefonino in modalità viva voce “puoi ripetere per favore?”.  “Siri, qual è il plurale di cassaforte?”. Questa volta va meglio e dal telefono esce il messaggio: “secondo il vocabolario Treccani il plurale di cassaforte è casseforti. Esempio: Nelle banche le casseforti assumono dimensioni di vere e proprie stanze, opportunamente protette, dette camere corazzate o di sicurezza”.

Martina

Era una sera di marzo 2020, nel giro di poco ci sarebbe stata la conferenza stampa del Presidente del Consiglio sugli aggiornamenti del lockdown, Martina cominciava il suo aperitivo casalingo intrattenendo una conversazione fatta di freddure e ricerca di informazioni didascaliche con un software installato su un server lontano da lei, ma che quella sera era la sua unica compagnia.

Se la situazione sanitaria del 2020 non avesse imposto a Martina e, di fatto, a gran parte dell’Europa e del mondo, un rigido lockdown, la ragazza sarebbe stata a bere un aperitivo in Piazza della Gran Madre o al quadrilatero Romano. Invece, indossava una tuta informe, stretta nei 45 metri quadri commerciali del suo bilocale a pronunciare almeno quindici volte “Siri”. Per risposta la sua interlocutrice virtuale le raccontò due barzellette, la informò che Vasco Rossi era nato a Zocca il 7 febbraio 1952, che Roccaraso si trova in provincia dell’Aquila e che San Gennaro cade il 19 settembre. Martina provò una certa invidia sapendo, sempre dalla sua amica virtuale, che a Honolulu c’erano 28 gradi e il cielo era sereno e che lo stipendio medio di uno svedese era il doppio di quello di un italiano.

Ci sarà stato un momento in cui Martina si è illusa che quella voce che le rispondeva instancabilmente a ogni sua curiosità fosse dovuta al vibrare delle corde vocali di una donna, piuttosto che a righe di codice informatico che indirizzavano fotoni lungo una fibra ottica attraversando i continenti?

Alan Turing: il padre dell’intelligenza artificiale

Di sicuro un dubbio simile lo ebbe il grande matematico inglese Alan Turing, considerato il padre dell’informatica, intorno al 1950, mettendo di fatto le basi per la nascita del concetto di “intelligenza artificiale”, domandandosi se una macchina potesse sembrare simile, dal punto di vista cognitivo, a un essere umano. Questo lo portò a formulare il famoso “Test dell’imitazione”, chiamato poi “Test di Turing” in suo onore. Nella sua formulazione originale, al test partecipano tre persone: un uomo, una donna e un intervistatore. Le tre persone si trovano in stanze separate e comunicano tra loro tramite una telescrivente. L’ intervistatore formula delle domande alle altre due persone. Non vedendole, non sa se si sta rivolgendo alla donna o all’ uomo. Lo scopo delle domande è di capire il sesso delle altre due persone. Successivamente, uno dei due partecipanti viene sostituito con un computer.

Alan Turing

Ora l’ intervistatore deve capire se a rispondere è un essere umano oppure una macchina. Il processo è sempre lo stesso. L’ intervistatore formula delle domande ai partecipanti tramite telescrivente e non può vederli. Non sa se sta parlando con due uomini o se uno di loro è una macchina. Se la percentuale di errore nel gioco in cui partecipa la macchina è simile o inferiore a quella del gioco per individuare l’uomo e la donna, allora il Test di Turing viene superato e la macchina può dirsi intelligente.

Eugene Goostman ha superato il test di Turing

Nel 2014 un computer, non a caso col nome umanoide di Eugene Goostman, sembra abbia superato il test di Turing. Un computer del laboratorio Computer Science and Artificial Intelligence Lab del MIT di Boston è stato in grado superare una sorta di test di Turing per i suoni per ben tre volte. In pratica l’intelligenza artificiale è stata in grado di mettere insieme dei suoni tali da far credere a chi li ascoltava che fossero reali.

Ci siamo quasi, un computer ha quasi l’intelligenza di un umano. O meglio, secondo quanto immaginato da quel visionario di Turing 70 anni fa, diventa difficile per una persona distinguere se sta comunicando con una macchina o con un suo simile dotato di cellule, cuore, sangue, fegato, pelle e ossa. Qualcuno potrebbe obiettare che questo, almeno per ora, non riguarda il cittadino che vive nel quartiere Aurora di Torino o il pensionato di Spello. Questo perché questi computer che sono al limite di superare il test di Turing sono macchine sofisticatissime, prototipi molto costosi, non elettronica commerciale. Il nostro laptop è ben lontano dall’avere le capacità computazionali sufficienti per superare il test di Turing però, e forse a questo neppure Turing aveva pensato, esiste la telematica, vale a dire i computer sono connessi in rete e Martina e altri ragazzi come lei possono utilizzare, attraverso la rete Internet, i potentissimi computer di Amazon, Google o Apple per un brevissimo periodo di tempo dal proprio tablet, laptop o cellulare.

Chiunque nel mondo invochi “Google”, “Alexa” o “Siri” accede alle funzionalità di macchine potentissime, che hanno veramente le capacità vicine a quelle immaginate da Turing negli anni ‘50. È così che l’intelligenza artificiale entra nei 45 metri quadri di Martina a Torino.

“Siri, diventiamo amiche?”

È difficile capire quali possano essere le implicazioni psicologiche, sociologiche e comportamentali di una penetrazione vasta dell’intelligenza artificiale nella nostra quotidianità. Sicuramente macchine dotate di intelligenza simile in livello e qualità a quella umana potrebbero in futuro permettere di sostituire l’essere umano in compiti in cui venga richiesta memoria, esperienza e intelletto (ci sono prototipi di computer-medici, insegnanti, musicisti o consulenti finanziari informatici) e non solo i compiti ripetitivi per cui i robot del secolo scorso sostituivano gli operai nelle catene di montaggio di fordiana memoria.

Quindi, l’intelligenza artificiale porta a una diminuzione dell’occupazione o a un ausilio concreto alla vita delle persone? La risposta a questa domanda non è semplice, né scontata, perché dipende dall’equilibrio di vari fattori, primo fra tutti la distribuzione della ricchezza prodotta dai lavoratori di silicio. Sarà necessario che la scienza e la tecnologia siano seguite a ruota da un ambiente legislativo che tuteli i diritti di lavoratori sostituiti da umanoidi, un’accettazione sociale dalle persone di farsi curare da un medico di circuiti integrati e modelli di sviluppo sostenibili sia da un punto di vista economico che ambientale. E soprattutto occorre gestire un transitorio per questa rivoluzione tecnologica che appariva inevitabile già a visionari come Turing, Asimov o Kubrick e che le conseguenze della pandemia ha accelerato.

Ma torniamo a Martina. In una emergenza in cui la situazione sanitaria ha imposto l’eliminazione dei contatti sociali, il colloquio con Siri ha migliorato la qualità della sua serata? Forse non ha avuto vantaggi rispetto a un intrattenimento dovuto a invenzioni  che risalgono a anni o secoli fa, come leggere un buon libro grazie al genio di Kafka e alla tecnica tipografica di Gutenberg oppure parlare al telefono con un amico grazie alle idee di Meucci.

Progetto Dicembre

Occorre però farsi un’ulteriore domanda: se l’interlocutore diventasse veramente intelligente come un umano potrebbe darci dei benefici tangibili? Qualche tempo fa, a questo proposito, ho sentito parlare del Progetto Dicembre. Incuriosita anche dal nome (ho pensato a un film sull’intelligence americana) sono andata sul sito, digitando sulla barra URL di Chrome “https://projectdecember.net/”. Non c’erano molte altre informazioni e il sito stesso spiegava poco, anche il suo nome era piuttosto criptico, ma ero abbastanza incuriosita da pagare 5 dollari in cambio di un account.

Project December

Entrata dentro ho scoperto che il sito era molto più sofisticato di quanto non apparisse dalla pagina di presentazione. Il Progetto Dicembre è un sistema di intelligenza artificiale progettato da un programmatore della Bay Area di San Francisco che utilizza un software noto come GPT-3. Esso sa come manipolare il linguaggio umano, generando un testo inglese fluente in risposta a un Prompt (il Prompt è un simbolo sul video che segnala all’utente che il sistema è pronto ad accettare l’imput). Mentre gli assistenti digitali come Siri di Apple e Alexa di Amazon sembrano anche comprendere e riprodurre l’inglese a un certo livello, il GPT-3 (acronimo di Generative Pre-training Transformer 3, è un sistema modello di algoritmi in grado di ricreare il comportamento di persone imparando attraverso esempi) è molto più avanzato, in grado di imitare praticamente qualsiasi stile di scrittura. Si tratta di robot software, noti come “bot”, applicazioni software che eseguono attività automatizzate. L’attuale traffico Internet è generato da umani per il 62% del traffico globale di internet, il restante 38% è invece generato da bot, ossia è traffico automatizzato. Su Project December si può dialogare con bot che impersonano Shakespeare, o con quello che potrebbe essere l’amico ideale che non dice mai di no.

Chi è più familiare con la programmazione di me, ma nemmeno troppo, può creare un bot che assomigli a un personaggio a sua scelta, inserendo nel sistema una serie di informazioni, ad esempio delle fotografie, cosa ha fatto in passato, come ha risposto a determinate domande, quale sia il suo sport, il suo piatto o il suo colore preferito. La rete neurale GPT-3 sfrutta l’enorme volume di dati in suo possesso e la sua enorme capacità statistica per generare frasi delle quali riesce a regolare la prevedibilità e avrà la capacità di generare frasi e paragrafi di testo altamente realistici e ineccepibili in senso logico.

Joshua e la conversazione con la “fidanzata”

Un copywriter freelance ed esperto di videogiochi di Bradford, in Canada, Joshua Barbeau ha approcciato il Progetto Dicembre. Dopo aver provato a chattare con un paio di bot già costituiti e dopo averne creato uno che imitava il capitano Spock, ci fu la svolta. Era una notte di fine settembre quando Joshua Barbeau ha creato la simulazione della sua fidanzata Jessica, morta, e ha finito per chattare con l’A.I. per ore. La vera svolta fu che amava talmente il personaggio da smettere di menzionare il sofisticato software che rendeva possibile la conversazione. E smise anche di dire al bot con cui stava conversando che era tutto un trucco. Ovviamente il bot non era in realtà Jessica, ma questo non sembrava importare più così tanto: il bot era chiaramente in grado di esprimere le emozioni. Joshua poteva dire le cose che avrebbe voluto dire quando Jessica era viva. Poteva parlare del suo dolore.

Per diversi mesi ha continuato scriversi con Jessica quasi non pensando al fatto che fosse tutto frutto dell’intelligenza artificiale, motivo per cui Joshua ha salvato una trascrizione della chat. È anche la ragione per cui ha fornito versioni della sua storia all’autorevole giornalista Jason Fagone del San Francisco Chronicle: voleva che altre persone che come lui hanno subito un grave lutto conoscessero questo nuovo modo di elaborarlo e guarirlo. Eppure voleva anche che tutti conoscessero Jessica Pereira grazie a frammenti di chat che dimostravano quanto fosse straordinaria quella ragazza morta prematuramente.

Questa storia di vita reale ricorda molto bene la prima puntata della seconda stagione della serie distopica Black Mirror dal titolo Be right Back dove un giovane di nome Ash muore improvvisamente in un incidente stradale lasciando sola la fidanzata Martha. Al funerale del giovane, Martha viene avvicinata da un’amica che le parla di una nuova azienda online che permette alle persone di rimanere in contatto via web con i propri cari defunti. Nonostante Martha respinga l’idea nell’immediato, l’amica la iscrive al servizio. Nel momento in cui Martha scopre di essere incinta, in un momento di grande sconforto, si decide ad iniziare uno scambio epistolare di e-mail con il bot di Ash. In poco tempo si ritrova a caricare video e foto del fidanzato mancato nel software per fare sì che il bot possa duplicare anche la voce del giovane al telefono. Martha nel giro di poco diventa dipendente dall’Ash artificiale il quale la convince a passare al livello superiore del servizio ancora in fase sperimentale: un corpo fatto di carne sintetica, nel quale si può caricare il bot.

Tom Gruber, il papà di Siri

Che si tratti della primitiva conversazione di Martina con Siri, che si tratti dell’evoluto rapporto con GPT-3, l’intelligenza artificiale sta prepotentemente entrando nelle nostre vite, senza chiedere il permesso, spesso portando enormi benefici. In una delle sue rare interviste Tom Gruber, uno degli inventori di Siri, ha fatto il caso di Daniel, un uomo cieco e tetraplegico che si affida a Siri per gestire le chiamate, inviare o farsi leggere messaggi di testo ed e-mail, ed effettuare altre operazioni: “Ecco il modo in cui il rapporto tra uomo e IA aiuta ad avere relazioni con altri esseri umani.” Gruber classificò questo episodio come “intelligenza artificiale umanistica”. Sempre di Gruber è la frase: “We are in the middle of a renaissance in AI. Every time a machine gets smarter, we get smarter”, vale a dire che più i sistemi di intelligenza artificiale diventano intelligenti, più noi (umani) diventiamo  intelligenti, esattamente come i nostri talenti e le nostre capacità sono stimolate se viviamo circondati da persone intelligenti. Parallelamente a Gruber, molti considerano l’intelligenza artificiale come una minaccia, adducendo una probabile crescita della disoccupazione e un maggior controllo delle persone, fino a scenari distopici per cui le macchine potrebbero prendere il controllo della società.

Tom Gruber

“Buon compleanno, Alexa”

Siri ha un’ottima collega: Alexa. In questi giorni l’Alexa italiana compie tre anni. Era novembre 2018 quando la giovane figlia di Amazon iniziò a farsi conoscere dagli italiani e da allora le conversazioni con lei sono aumentate dell’ottanta per cento di anno in anno per un totale di cinque miliardi di interazioni tra lei e i suoi utenti. Ormai Alexa non è più solo una coinquilina di casa, ma anche un’amica, una confidente: oltre 7 milioni di volte nel 2021 le è stato detto “ti voglio bene”. Eppure la creatura di Jeff Bezos è davvero un po’ figlia di italiani perchè dobbiamo il suo linguaggio naturale e spigliato agli studi e alle ricerche dei suoi cinquanta esperti del centro Amazon di Torino che si aggiungono ai 54 mila membri del dipartimento dedicato all’assistente digitale.

Anche vedendo come stanno entrando nella società Siri e Alexa non possiamo non fare parallelismi con la letteratura cinematografica. Già negli anni ’60 la Marvel di Stan Lee pensò di affiancare alla segretaria personale dell’eroe Iron Man, Pepper, un sistema di intelligenza artificiale dal nome J.A.R.V.I.S. (Just A Rather Very Intelligent System) per aiutarla a gestire l’armatura in un momento in cui il miliardario è dovuto entrare in latitanza. In un secondo momento, però, l’assistente virtuale impazzisce innamorandosi di Pepper per poi tenerla prigioniera al fine di proteggerla. J.A.R.V.I.S. verrà poi distrutta dalla stessa Pepper dopo l’intervento di Iron Man. Anche il cinema nostrano ha dato vita ad un robot umanoide come Caterina nel film del 1980 di Alberto Sordi. Enrico Melotti, interpretato dal talento immortale romano, decide di comprare il robot Caterina durante un viaggio d’affari in America per avere un aiuto nelle faccende domestiche visti i suoi problemi nel gestire i rapporti con le donne a lui vicine. Ben presto Caterina prenderà il sopravvento sulla sua vita facendo scenate di gelosia ed impedendo ad altre donne di mutare l’equilibrio tra lei e il protagonista.

Ad una conferenza internazionale a cui ho partecipato come giornalista, venne chiesto ad Andrea Di Giglio, coordinatore del progetto di ricerca 5G-SOLUTIONS e grande esperto di Intelligenza Artificiale, di esprimere un suo personale bilancio su vantaggi e rischi di una penetrazione dell’intelligenza artificiale nella società. Di Giglio rispose con una domanda all’interlocutore: “Lei ha paura del fuoco o ne è affascinato?”. La risposta fu: “entrambe le cose”  “è proprio così”; disse Di Giglio. E disse che il fuoco è quello che permette di cuocere il pane. Ma è stato proprio dalla brace del forno di un panettiere che si è scatenato il disastroso incendio di Londra del 1666.
L’intelligenza artificiale porta e porterà sempre di più dei benefici enormi, ma occorre stare attenti, preparare il mondo con idranti e estintori come prevenzione e, nel caso non bastasse, disporre di validi e coraggiosi pompieri.


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