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Sostenibilità

Incendi in Francia e Spagna, oltre 300 mila persone coinvolte. Danni ambientali ed economici enormi

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Continua a peggiorare il bilancio dell’emergenza incendi che da diversi giorni sta colpendo Francia e Spagna. Secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità dei due Paesi, sono ormai oltre 300 mila le persone coinvolte tra evacuazioni preventive, confinamenti domestici e limitazioni agli spostamenti imposte per motivi di sicurezza.

Il fronte più preoccupante è quello della Gironda, dove le fiamme si sono spinte fino a circa 15 chilometri da Bordeaux, una delle città simbolo del sud-ovest del Paese. La metropoli francese si è risvegliata sotto una densa nube di fumo, con un’aria resa quasi irrespirabile e una crescente richiesta di mascherine FFP2 da parte della popolazione. Il maxi-incendio che circonda la città ha già distrutto oltre 42 mila ettari di territorio. Le autorità parlano di una situazione «stabile», ma sottolineano che il rogo è ancora lontano dall’essere completamente domato.

La mappa degli incendi in Gironda

Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha definito quella del 2026 come una stagione degli incendi senza precedenti. Dall’inizio dell’anno, in Francia sono stati registrati oltre 13.500 incendi, che hanno devastato più di 116 mila ettari di territorio.

Le fiamme, alimentate da temperature eccezionalmente elevate, siccità e forti venti, stanno interessando in particolare il sud-ovest della Francia e alcune aree centrali della Spagna, trasformando vaste porzioni di territorio in scenari di emergenza. Gli esperti sottolineano come gli incendi di queste settimane rappresentino uno degli effetti più evidenti dell’aumento degli eventi climatici estremi che stanno interessando l’Europa meridionale.

In Francia la situazione più critica si registra nei dipartimenti della Gironda e delle Landes, nell’area di Bordeaux. Nelle ultime ore il numero delle persone evacuate è salito a circa 140 mila, mentre il governo di Parigi ha disposto l’invio di ulteriori 500 militari, portando a mille il numero degli appartenenti alle forze armate impegnati nelle operazioni di supporto alla popolazione e ai soccorritori.

Le autorità francesi hanno inoltre annunciato la distribuzione di 1,5 milioni di mascherine FFP2 per proteggere residenti e operatori dall’intenso fumo che sta avvolgendo la regione. Secondo le stime, gli incendi hanno già distrutto oltre 30 mila ettari di territorio, con danni ingenti al patrimonio boschivo e alle attività agricole.

Gli incendi in Piemonte hanno distrutto 700 mila alberi e un’area tra gli 8 e i 9 chilometri quadrati

Le immagini satellitari mostrano una gigantesca nube di fumo che si estende su gran parte della Francia. I vigili del fuoco impegnati sul campo, come riportato dal quotidiano francese Le Monde, parlano apertamente di una «situazione catastrofica». A preoccupare è soprattutto il cambiamento nella direzione dei venti, che sta spingendo il fronte delle fiamme sempre più vicino all’area metropolitana di Bordeaux, una delle principali città del Paese.

Anche la Spagna continua a fare i conti con una grave emergenza. Tra le regioni di Madrid e Castiglia e León, in particolare nella provincia di Ávila, sono circa 63 mila le persone interessate dalle misure di sicurezza adottate dalle autorità. I due principali incendi hanno già devastato circa 15 mila ettari e i servizi di emergenza temono che i fronti possano unirsi, dando origine a un unico grande rogo alimentato dai forti venti che interessano la zona.

L’emergenza che sta colpendo Francia e Spagna rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme per l’Europa, sempre più esposta a incendi di grandi dimensioni durante i mesi estivi. Con temperature che in molte aree hanno superato i 40 gradi e condizioni di estrema aridità, gli esperti avvertono che la stagione degli incendi potrebbe protrarsi ancora a lungo, mettendo a dura prova uomini, mezzi e sistemi di protezione civile.

L’emergenza non sta producendo soltanto conseguenze sul piano umano. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha annunciato che le compagnie assicurative copriranno le spese di ricollocamento per le centinaia di migliaia di sfollati delle regioni della Gironda, delle Landes e del Var.

Secondo il governo francese, oltre 13 mila imprese sono state evacuate nel solo dipartimento della Gironda, con pesanti ripercussioni sull’economia locale. La regione di Bordeaux, famosa nel mondo per i suoi vini e per il Bassin d’Arcachon, è infatti una delle aree a più alta attrattività della Francia.

Anche il patrimonio ambientale ha subito danni enormi. La ministra per la Transizione Ecologica, Monique Barbut, ha parlato di conseguenze devastanti per la fauna e gli ecosistemi di una delle zone naturalistiche più importanti del Paese. Un paesaggio noto per le sue foreste e per la qualità della vita si è trasformato, nel giro di pochi giorni, in una distesa di cenere.

La Francia ha mobilitato un imponente dispositivo di emergenza: 2.750 vigili del fuoco, supportati da nove aerei e due elicotteri messi a disposizione attraverso il Meccanismo europeo di protezione civile, oltre a 18 velivoli francesi. Sul terreno operano inoltre 1.500 militari e 1.440 tra gendarmi e agenti di polizia. Dall’inizio dell’emergenza, 88 vigili del fuoco sono rimasti feriti e almeno 240 abitazioni sono state distrutte dalle fiamme.

Anche la Spagna continua a fare i conti con una situazione critica. Secondo il Ministero dell’Interno, quasi 91 mila persone sono state coinvolte dagli incendi che interessano le province di Madrid, Ávila e Toledo.Il presidente del governo Pedro Sánchez si è recato a Valencia per visitare il centro operativo che coordina le operazioni di spegnimento nella provincia di Castellón. Qui il fuoco ha già divorato almeno 7.200 ettari, costringendo all’evacuazione circa 16 mila persone, mentre ad altre 64 mila è stato ordinato di rimanere nelle proprie abitazioni.

Gli esperti sottolineano come le condizioni climatiche stiano favorendo incendi sempre più estesi e difficili da controllare. La vegetazione e i terreni dell’Europa meridionale risultano particolarmente secchi dopo mesi di scarse precipitazioni e ripetute ondate di calore.

Le previsioni meteorologiche non lasciano spazio all’ottimismo. Nei prossimi giorni è attesa una nuova impennata delle temperature nel sud-ovest della Francia, con punte vicine ai 40 gradi nei dipartimenti della Gironda e delle Landes.


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Sostenibilità

Entro il 2030 il Piemonte punta a raggiungere il traguardo fissato dal governo di quasi 5 Gigawatt di energia prodotta da fonti rinnovabili

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Entro il 2030 il Piemonte punta a raggiungere il traguardo fissato dal governo di quasi 5 Gigawatt di energia prodotta da fonti rinnovabili. È questo l’obiettivo della legge approvata a maggioranza dal Consiglio regionale.
Il disegno di legge presentato dall’assessore all’Ambiente Matteo Marnati mira a individuare nuove aree idonee per l’installazione di impianti fotovoltaici. Oltre a tetti, coperture di parcheggi, cave dismesse e discariche esaurite, potranno essere utilizzate anche aree agricole coltivate, dove i pannelli saranno installati in modo da consentire la prosecuzione delle attività agricole e la tutela del paesaggio.
In Aula il confronto si è concentrato soprattutto sulle aree di pregio, a partire dai siti Unesco, e sui terreni a elevata vocazione agricola.
La norma rappresenta un passaggio importante nella strategia energetica regionale perché fornisce regole più chiare agli investitori e contribuisce a semplificare le procedure autorizzative in un settore considerato centrale per la transizione ecologica.
Il provvedimento non favorisce un consumo indiscriminato di suolo, ma individua come destinazioni prioritarie terreni marginali, aree degradate, ex cave, discariche esaurite, coperture ed edifici industriali.
L’obiettivo è sviluppare le energie rinnovabili, considerate strategiche per l’autonomia energetica e la competitività del sistema produttivo, salvaguardando al tempo stesso agricoltura di qualità, biodiversità e paesaggio.


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Sostenibilità

Una petizione di Greepeace per salvare le api

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Greepeace ha lanciato una petizione per salvare le api, Le api e gli altri insetti impollinatori svolgono un ruolo fondamentale per la biodiversità e per il nostro sistema alimentare. Gran parte della frutta, della verdura e delle colture che consumiamo ogni giorno dipende dal loro lavoro. Pensa che un terzo del nostro cibo dipende dalla loro opera di impollinazione: solo in Europa, parliamo di oltre 4.000 tipi di verdure!

Eppure questi preziosi alleati della natura sono sempre più minacciati da pesticidi, perdita di habitat, agricoltura intensiva e cambiamenti climatici. In particolare, alcuni pesticidi costituiscono un rischio diretto per gli impollinatori: eliminare le sostanze chimiche più pericolose per le api è quindi il primo e più efficace passo da compiere per difenderle.

Le api e molti insetti impollinatori sono in declino, minacciati da pesticidi, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici. Se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo. Le api, infatti, non producono solo miele: dalla loro opera di impollinazione – insieme a quella di molti altri insetti pronubi – dipende un terzo degli alimenti che consumiamo abitualmente – come mele, fragole, pomodori e mandorle – e la produttività del 75% delle nostre principali colture agricole. In Europa, infatti, abbiamo circa 2000 specie di api selvatiche e circa un terzo delle popolazioni di api e farfalle sono in declino.

L’attuale sistema di agricoltura industriale basato sulla dipendenza dai pesticidi chimici, come i neonicotinoidi, non è più sostenibile!
Il 27 aprile 2018 l’Unione Europea ha approvato il bando permanente di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api e gli impollinatori: l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta.
Il loro utilizzo resta però consentito all’interno di serre permanenti. Inoltre, è ancora consentito l’uso di altri neonicotinoidi: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos, tutti insetticidi potenzialmente pericolosi per le api e gli altri insetti impollinatori.

Chiediamo al Governo italiano e alla Commissione europea di:
bandire l’uso di tutti i pesticidi dannosi per le api e gli altri insetti impollinatori
applicare rigidi standard per la valutazione dei rischi da pesticidi
aumentare i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo e l’applicazione di pratiche agricole ecologiche
Sempre più studi confermano che i neonicotinoidi danneggiano non solo le api,ma anche i bombi, le farfalle, gli insetti acquatici e persino gli uccelli, con possibili ripercussioni su tutta la catena alimentare.


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Acqua

Legambiente lancia un appello per la gestione strutturale del bacino del Fiume Po.

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Il fiume Po è sempre più in secca, insieme a lui anche i principali laghi della Penisola, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. L’Italia, dal canto suo, ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi. A denunciare l’approccio del Paese è Legambiente che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano indirizzando loro otto proposte per una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili.
Legambiente chiede all’Esecutivo e agli organi istituzionali regionali più responsabilità e interventi strutturali a partire dall’approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e dallo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. Accanto a questi due interventi, è inoltre importante la piena integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque e, più in generale, mettere in campo una transizione agroecologica del settore primario (che tenga insieme la revisione degli ordinamenti colturali, la domanda irrigua, le pratiche agricole, valorizzando anche il ruolo dei suoli nella ricarica delle falde), definire una governance unica a livello di bacino per la gestione della risorsa idrica e una strategia che integri  infrastrutture (evitando nuove dighe e facilitando la realizzazione di piccoli bacini su scala aziendale),  gestione della domanda, Nature Based Solutions. Senza dimenticare quegli interventi che includono risparmio, economia circolare e tutela degli ecosistemi come ridurre le perdite delle reti, il recupero della capacità degli invasi esistenti, il ripristino degli ecosistemi fluviali e la capacità del territorio di trattenere l’acqua per la sua infiltrazione in falda. È importante, inoltre, portare avanti una politica permanente di informazione, monitoraggio, controlli e coinvolgimento di tutti gli utilizzatori della risorsa idrica. Ad oggi per l’associazione ambientalista le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l’agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità.
Po, laghi e accumuli nevosi in quota: I dati del Po in secca sono sempre più preoccupanti: le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro in particolare è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingressione dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta. Preoccupa anche la situazione dei grandi laghi della Penisola, che presentano altezze idrometriche inferiori alla media e che sono sempre più sotto pressione anche a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”.
Legambiente ricorda, inoltre, che uno dei nodi strutturali della gestione della risorsa nel bacino del Po riguarda il sistema delle concessioni di derivazione, che in molti casi riflette esigenze storiche e dei singoli territori più che una pianificazione integrata a scala di bacino. Molte concessioni risalgono a condizioni climatiche e disponibilità idriche profondamente diverse dalle attuali e non sempre sono state riviste per tenere conto delle reali disponibilità e della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi (vincolo ambientale normativo), e dunque gli obiettivi di tutela degli ecosistemi. A conferma della problematicità della questione derivazioni, pesa sull’Italia la procedura d’infrazione (2027/2025) arrivata a gennaio 2026 per non aver correttamente recepito la Direttiva quadro sulle Acque in quanto la normativa nazionale non prevede la registrazione di tutte le autorizzazioni per il prelievo o l’arginamento delle acque.
I focus regionali
Veneto: Un granchio blu spiaggiato sul letto in secca del Po, a 70 chilometri dalla foce.
È forse l’immagine più emblematica della crisi che sta attraversando il fiume Po nel tratto Veneto, proprio in quel tratto d’Alto Polesine, che è stato recentemente riconosciuto come parte della Riserva della Biosfera Mab Unesco Po Grande. Al Delta non arriva più acqua, perché è saltato il regime idrologico di piogge e disgelo dei ghiacciai che lo alimentava come un tempo, mentre un modello agricolo sempre più bisognoso di acqua ha fatto il resto. Il progressivo abbassamento del livello del fiume e l’accumulo di carico organico e nutrienti derivanti da agricoltura, allevamenti e scarichi dei depuratori, che a differenza del primo non diminuiscono, portano ad una distrofia dell’ambiente fluviale, con conseguente abnorme crescita di piante acquatiche e alghe e moria della fauna acquatica, con rischio per la conservazione della biodiversità del fiume. La situazione è altrettanto critica nelle aree lagunari, le temperature elevate e l’assenza prolungata del contributo di acqua dolce dal fiume, effetti sinergici del cambiamento climatico, trasformano le sacche in una vera e propria “pentola salata” naturale, mettendo in ginocchio il comparto della pesca e dell’acquacoltura, già provato dalla presenza del granchio blu. La Regione Veneto nei giorni scorsi ha dichiarato lo stato di emergenza e ha emanato un’ordinanza sulla siccità, ma vedendo gli inefficienti irrigatori a pioggia in funzione in questi giorni sui campi di mais ancora accesi, non sembra che tutti l’abbiano colta. Quelle che un tempo si consideravano eccezionali condizioni di carenza idrica, sono ormai situazioni che si ripresentano con una frequenza tale da non poter più essere considerate eccezionali.
Piemonte. Il Po soffoca, la Regione vuole togliere l’acqua al fiume
La fioritura algale che in questi giorni interessa il Po a Torino è l’ennesimo campanello d’allarme di una crisi idrica sempre più grave. Temperature elevate, portate ridotte e l’eccesso di nitrati, provenienti dalle attività agricole e zootecniche e dai depuratori cittadini che non vengono più diluiti, a monte favoriscono la proliferazione di alghe e specie vegetali alloctone e invasive, alterando l’equilibrio dell’ecosistema fluviale. Quanto sta accadendo evidenzia tutta la contraddizione delle politiche regionali. L’assessore regionale all’ambiente Matteo Marnati continua a portare avanti una battaglia per indebolire il principio del deflusso ecologico, ossia quella quantità minima d’acqua necessaria a garantire la vita del corso d’acqua. Presentare il deflusso ecologico come un ostacolo alla salvaguardia dell’agricoltura è una visione miope. Senza un fiume in salute non esiste futuro nemmeno per l’agricoltura. La crisi climatica impone di ridurre sprechi e pressioni sulla risorsa idrica, non di sottrarre ulteriore acqua agli ecosistemi.
Lombardia. In Lombardia i problemi per la stagione irrigua erano chiari già a inizio marzo: è questo, infatti, il periodo in cui il bilancio del principale serbatoio idrico lombardo, quello costituito dall’accumulo nevoso in montagna, raggiunge il suo picco. Mentre negli ultimi vent’anni il dato dell’equivalente idrico della neve al 1° marzo è stato in media di 2,3 miliardi di metri cubi di acqua, nel 2026 il dato risultava inferiore a 1,3 miliardi di mc. A peggiorare la situazione anche l’aumento delle temperature primaverili, che ha fatto sì che le nevi risultassero sostanzialmente già esaurite a fine maggio, contro un dato, basato sulla media ventennale, che colloca la data di fine disgelo alla prima settimana di luglio. Questo anticipo del disgelo, insieme alla fusione delle masse glaciali, ridefinisce l’idrologia dell’intera regione rendendo critica e incerta la disponibilità di risorsa idrica utilizzabile a scopi irrigui nei mesi cruciali per le colture estive.
Un miliardo di metri cubi in meno per l’estate non è un dato trascurabile nemmeno nella regione italiana più ricca di acque dolci: gli invasi che interessano il territorio lombardo sono in grado di stoccare 2,5 miliardi di metri cubi, considerando insieme il volume regolato dei grandi laghi prealpini e quello degli invasi idroelettrici alle quote montane. Secondo l’ultimo bollettino delle risorse idriche, a fine giugno il valore complessivo degli stoccaggi idrici lacustri è sceso a 1,2 miliardi di metri cubi, 0,7 miliardi in meno dell’atteso: il beneficio delle abbondanti piogge tra maggio e inizio giugno si è già quasi esaurito.
Il quadro delle carenze idriche estive si sta consolidando come situazione sempre più strutturale per il sistema agricolo lombardo. È evidente che il cambiamento climatico ha reso insostenibile l’ordinamento colturale della pianura: se cambia il clima devono cambiare anche le colture, in particolare quelle a raccolto estivo. Tra queste la più esigente, quella del mais, dovrà necessariamente cedere spazio ad altre coltivazioni, mentre per quanto riguarda il riso occorrerà ridurre l’intensità di coltivazione e ripristinare metodi tradizionali di irrigazione, abbandonando la semina in asciutta, che posticipa l’allagamento e così concentra il fabbisogno idrico proprio nei mesi estivi. Allo stesso tempo occorrerà ripristinare gli usi invernali e primaverili delle acque, ad esempio per alimentare le marcite, che permettono di utilizzare la risorsa in momenti in cui essa non è scarsa, rifornendo allo stesso tempo la falda, con effetti benefici per le portate fluviali nei mesi successivi.
Emilia-Romagna: La portata del fiume Po a Pontelagoscuro al 7 luglio era di 323 m³/s, quando la media storica 1923-2024 parla di portate per questo periodo pari a 1100 m³/s: il risultato di questa ridottissima portata è la risalita del cuneo salino – ovvero dell’acqua salata dal mare – per 25 km dalla foce. Un evento di risalita del cuneo salino così importante produrrà danni agli ecosistemi e all’agricoltura, quest’ultima già sotto pressione a causa delle alte temperature. Ma non solo il Po è in sofferenza: anche molti dei suoi affluenti hanno portate esternamente ridotte, tanto che la Regione Emilia-Romagna già da fine giugno si è attivata con un determina per regolare i prelievi idrici da acque superficiali.

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