Il serio problema delle mascherine disperse nell’ambiente

L’ultima notizia allarmante è arrivata pochi giorni fa, quando si è scoperto che la barriera corallina delle Filippine è stata letteralmente invasa da un altissimo numero di mascherine chirurgiche, impigliate nei coralli e pericolose per i pesci.

Il video pubblicato in proposito dalla BBC è assolutamente inquietante. Non si contano le mascherine e gli oggetti di plastica presenti sott’acqua. Le mascherine sono ormai da più di un anno uno strumento di protezione propria e altrui assolutamente fondamentale nel contrastare il Coronavirus, ma hanno anche generato un grandissimo problema ecologico, soprattutto dal punto di vista dello smaltimento dei vari dispositivi di protezione, che è necessario cambiare frequentemente.

Già nello scorso settembre, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) aveva rilasciato dati preoccupanti. Se soltanto l’1% delle mascherine utilizzate in un mese venisse smaltito in modo non corretto (fanno parte dei rifiuti indifferenziati) si disperderebbero nell’ambiente dieci milioni di mascherine al mese. Con la breve riapertura delle scuole si è arrivati ben presto a circa 11 milioni di mascherine buttate al giorno a livello nazionale, e ben presto la situazione nel mare è stata disastrosa, con un numero di dispositivi di protezione abbandonato nel Mediterraneo addirittura superiore a quello delle meduse (come aveva notato anche il Sole 24 ore in una sua inchiesta). Gli inceneritori non sono mai riusciti a risolvere il problema, con moltissime mascherine che sono finite nelle discariche o, peggio, sono state abbandonate nell’ambiente.

Durante il 2020 si sono prodotte dalle 160mila alle 440mila tonnellate di “pandemic trash” (è questo il nome di tutti i rifiuti legati alla pandemia ancora in corso), che andrebbero interamente smaltite con il fuoco, per evitare conseguenze devastanti in termini di impatto ambientale. Il condizionale, però, purtroppo è d’obbligo, visto che non tutti i rifiuti di protezione personale vengono bruciate, anche a causa del basso numero di inceneritori in molte zone d’Italia. Si è entrati così ben presto in un vero e proprio circolo vizioso, con un numero sempre più alto di mascherine non smaltite nel modo corretto e di conseguenza disperse nell’ambiente, con danni ecologici a dir poco devastanti. Il problema, dunque, non è la quantità di rifiuti prodotti dall’epidemia, ma il loro smaltimento corretto. Di fatto l’unica strada per evitare il rilascio di grandi quantità di plastica nell’ambiente oltre all’incenerimento, è l’utilizzo di questi dispositivi per la produzione di biocarburanti, dato che molte mascherine permettono di essere utilizzate in tal senso.

Le soluzioni, dunque, ci sarebbero, ma non appaiono applicabili sulla totalità (o anche solo sulla stragrande maggioranza) dei rifiuti in moltissimi paesi del mondo, con le conseguenze che abbiamo già avuto modo di conoscere. Il caso della barriera corallina filippina è solo un esempio eclatante di quello che sta accadendo in tutti i mari del mondo e nell’ambiente in generale. L’impressione è che, usciti dall’emergenza sanitaria, si dovrà affrontare una nuova emergenza, stavolta di natura ecologica, con l’obiettivo di salvare il pianeta da un inquinamento ormai non più sostenibile.

Già a settembre era partita da parte del WWF una nuova campagna per sensibilizzare gli studenti ad essere responsabili nello smaltimento delle mascherine ed evitare che finiscano in natura. Se anche solo un ragazzo per classe  disperdesse volontariamente o accidentalmente la propria mascherina, ogni giorno verrebbero rilasciate in natura 1,4 tonnellate di plastica: ciò significa che a fine anno scolastico sarebbero disperse in natura oltre 68 milioni di mascherine per un totale di oltre 270 tonnellate di rifiuti plastici non biodegradabili in natura. È come se gettassimo ogni giorno dell’anno scolastico 100mila bottigliette di plastica in natura.


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